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Dimon: «Brexit preoccupa e l’economia Usa ha qualcosa che…

le lettera dEL CEO DI JP MORGAN

Dimon: «Brexit preoccupa e l’economia Usa ha qualcosa che non va»

Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase (Afp)
Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase (Afp)

NEW YORK - Jamie Dimon è preoccupato per l’onda lunga di Brexit. E se la banca sotto il suo comando, JP Morgan, si prepara analizzando dove traslocare potenzialmente alcune migliaia di dipendenti da Londra a una capitale finanziaria sul Vecchio continente per continuare appieno le sua attività, gli spettri che solleva di ben più grande rilievo: l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha scritto nella missiva annuale agli investitori secondo solo per popolarità a quella di Warren Buffett - che ne è un attento lettore - potrebbe scatenare tensioni che finiscano con la rottura dell’area euro, «con devastanti effetti politici e economici».

In 45 pagine fitte di valutazioniDimon, uno dei più influenti banchieri americani, indica che per la banca non dovrebbe esserci necessità di drastici trasferimenti di personale nei prossimi due anni mentre si dipanano i negoziati su Brexit. Una volta completata l’uscita, però, l’Unione Europea potrebbe richiedere che i servizi finanziari non passino più per Londra e JP Morgan si sta attrezzando tra l'altro con la possibile acquisizione di un palazzo a Dublino in Irlanda che può ospitare oltre mille persone. Tutte le grandi banche americane stanno studiando le città dove traslocare parte delle attività finora concentrate nel Regno Unito.

Ma Dimon ha anche un avvertimento per gli Stati Uniti e la loro economia. «È chiaro che c’è qualcosa che non va, che ci sta ostacolando», mettendo in luce quali sintomi la bassa partecipazione alla forza lavoro, le sfide di istruzione e infrastrutture. Dimon ha tuttavia affermato di «non essere affatto d’accordo» con chi prevede una situazione permanente di debole crescita e produttività. In particolare il chief executive crede che la forza dell’economia americana sosterrà il business al consumo di JP Morgan. Un’economia che dovrebbe trarre vantaggio dalle politiche della nuova amministrazione di Donald Trump. Dimon fa parte del business forum creato da Trump per stimolare la crescita e il lavoro e ha complimentato il Presidente per aver risvegliato ottimismo, fiducia e «spiriti animali» nell’economia. Proprio una carenza di fiducia, nel istituzioni come nella globalizzazione e nel libero mercato, viene identificato come uno dei nodi da sciogliere.

Prendendo di petto il tema delle imposte aziendali, che Wall Street spera l’Amministrazione riformerà, Dimon ha detto che «il nostro sistema di imposte corporate sta spingendo all’estero capitali e cervelli». Dimon ha affermato che gran parte dei paesi sviluppati ha ridotto le tasse aziendali negli ultimi dieci anni, mentre gli Stati Uniti restano a livelli massimi causando «considerevoli danni».

Per migliorare la redditività Dimon, scrivendo a pochi giorni dal bilancio trimestrale atteso per il 10 aprile, non conta solo sulla riforma fiscale. JP Morgan vanta forti investimenti in tecnologia, che hanno totalizzato 9,5 miliardi di dollari l’anno scorso compresi tre miliardi in iniziative del tutto nuove. Circa 600 milioni sono stati spesi in soluzioni fintech, tra le quali servizi finanziari digitali e mobili.

Su un fronte caro alla finanza, quello delle regolamentazioni eccessive nel dopo crisi, Dimon ha criticato soprattutto i requisiti di capitale delle banche sostenendo che hanno danneggiato il credito. E ha stimato che se i requisiti venissero ammorbiditi in linea con quelli internazionali, libererebbero 190 miliardi di dollari di nuovi prestiti. Il dirigente ha tuttavia precisato che a suo avviso la riforma Dodd Frank è stata efficace nell’eliminare di fatto il concetto del “too big to fail”, degli istituti considerati troppo grandi per fallire e quindi che costringono il governo a salvataggi.

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