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I missili di Trump in Siria non segnano la fine di Assad

l’analisi

I missili di Trump in Siria non segnano la fine di Assad

Afp
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Non sarà questo lancio di missili Tomahawk verso una base aerea siriana a sbalzare dal potere Assad e neppure a cambiare le sorti della guerra siriana. Mai comunque negli ultimi sei anni gli Stati Uniti erano entrati con questa decisione e rapidità sullo scenario mediorientale, neppure quando i massacri venivano compiuti dal Califfato, che dovrebbe essere il vero bersaglio della coalizione internazionale a guida Usa. Non solo: questo intervento per punire l'autocrate siriano dopo il bombardamento con armi chimiche nella provincia di Idlib accade dopo che durante la campagna elettorale lo stesso Trump non aveva escluso un'alleanza con Damasco per combattere il terrorismo jihadista.

L'idea di Washington è quella di colpire Assad e lanciare un avvertimento a coloro che non obbediscono alla superpotenza americana, forse non a caso l’operazione militare è avvenuta mentre Trump riceveva il presidente cinese, ritenuto il protettore della Corea del Nord. Si tratta di un’azione largamente dimostrativa che non dovrebbe preludere a una guerra contro la Siria: del resto la guerra dal cielo e sul terreno gli americani la stanno facendo già all’Isis e truppe speciali americane si trovano sul campo per preparare l’assedio a Raqqa mentre sono presenti largamente in forze nell’area della città irachena di Mosul.

Un altro risvolto interessante da notare è che il lancio di missili ha colpito una base aerea ma non per esempio installazioni vitali nell'area di Damasco o il palazzo presidenziale. Per il momento anche Trump esita ad aprire un fronte più vasto per il quale comunque ha bisogno dell'approvazione del Congresso.
Si rafforza il presidente americano, quotidianamente nei guai per sistemare il suo staff alla Casa Bianca, mentre è ancora da valutare la posizione della Russia, avvertita dai raid da parte americana.

Ognuno adesso reciterà al sua parte ma che Mosca possa abbandonare Assad per il momento appare assai improbabile, visto che in Siria mantiene basi militari strategiche per la sua presenza nel Mediterraneo. Tanto meno l’Iran lascerà Assad: il clan alauita di Damasco è sempre stato il maggiore e unico alleato arabo della repubblica islamica. La punizione di Damasco farà piacere alle potenze sunnite come la Turchia e le monarchie del Golfo che da anni vorrebbero abbattere il regime anche sostenendo i jihadisti: vedremo se rafforzeranno il loro aiuto finanziario e militare che si era contratto dopo la caduta di Aleppo. Israele, che dal 1967 occupa le alture israeliane del Golan, è confortato da questo raid perché vede nell'attacco Usa un via libera alle sue incursioni aeree sulla Siria diventate sempre più frequenti e trova un altro appiglio per colpire il regime di Damasco e soprattutto gli Hezbollah libanesi che utilizzano la Siria coma una loro retrovia.

Adesso la guerra all’Isis si incrocia con quella ad Assad: ma sarà una vera guerra o Trump ha solo mostrato i muscoli? La seconda ipotesi appare quella più probabile perché un cambio di regime a Damasco è un’impresa troppo impegnativa e dopo il clamoroso insuccesso di Bush junior in Iraq e quello di Obama in Libia forse gli americani qualche cosa hanno imparato.

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