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Gran Bretagna: primo giorno senza carbone dalla rivoluzione industriale

TRAGUARDO SIMBOLICO

Gran Bretagna: primo giorno senza carbone dalla rivoluzione industriale

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Un giorno intero senza bruciare carbone nelle centrali britanniche. Londra aggiunge un’altra pietra miliare al lungo percorso di addio al combustibile cui deve la sua affermazione come potenza economica mondiale.

A richiamare l'attenzione sull'evento è stato un «tweet» dalla sala di controllo della National Grid, il gestore della rete elettrica: «Sembra probabile che oggi sarà il primo giorno feriale senza carbone nella storia britannica, dai tempi della rivoluzione industriale!».

L'anno scorso era già capitato che il combustibile sparisse di tanto in tanto per qualche ora dal mix energetico britannico. Alcuni Paesi – tra cui l'Italia e la Germania – sono addirittura già riusciti, sia pure sporadicamente, ad alimentare la rete al 100% con fonti rinnovabili.

In generale il carbone sembra avviato in tutta Europa a un tramonto più rapido di quello che si immaginava solo qualche anno fa. L'intensificarsi delle misure per contenere la Co2, la crescente competitività del gas (sia dal punto di vista ambientale che economico) e il crollo dei costi delle rinnovabili hanno contribuito ad accelerare il ritmo di chiusura o conversione delle centrali a carbone nell'Unione europea, con un record di 10 Gigawatt di impianti fermati nel solo 2016.

L'Agenzia internazionale per l'energia (Aie) negli ultimi anni ha corretto più volte al ribasso le previsioni sulla generazione a carbone in Europa, che ora al 2030 vede ridursi a 114 Gw, rispetto ai 177 Gw del 2014.

Persino negli Stati Uniti, nonostante la crociata di Donald Trump in difesa del carbone, il più inquinante tra i combustibili non avrà vita facile secondo gli esperti, convinti che la convenienza dello shale gas rappresenti una sfida difficilmente superabile.

Quello che è accaduto ieri in Gran Bretagna ha comunque una valenza simbolica particolare. Per secoli Londra ha intrecciato strettamente la sua storia – non solo economica, ma anche politica e sociale – con quella del carbone: dallo sviluppo impetuoso delle fabbriche, a cavallo tra Settecento e Ottocento, fino al lunghissimo sciopero con cui i minatori tra il 1984 e il 1985 cercarono di resistere allo smantellamento dei primi siti estrattivi da parte della Lady di ferro, Margareth Thatcher.

L'ultima miniera britannica, la Kellington Colliery, nello Yorkshire, ha chiuso i battenti a dicembre del 2015. Ora, come sottolinea Ben Caldecott dell'Università di Oxford, «il primo Paese ad aver impiegato il carbone per l'elettricità è sul punto di diventare la prima tra le maggiori economie ad eliminarlo del tutto».

Il Governo, per tener fede agli impegni di Parigi contro il cambiamento climatico, sta pianificando il phase-out entro il 2025, accompagnato da un ulteriore sviluppo delle rinnovabili, ma anche del nucleare, con il recente via libera alla costruzione dei reattori di Hinkley Point.

Anche ieri l'atomo ha avuto un ruolo importante nel consentire agli inglesi di accendere le luci senza bisogno del carbone: circa il 20% dell'elettricità è stata generata grazie al nucleare, metà grazie al gas – la più pulita tra le fonti fossili – e un quarto è arrivata da fonti rinnovabili (in particolare l'eolico, in cui Londra ha investito molto, con grandi ed efficienti impianti offshore). Il resto è stato importato attraverso gli interconnettori.

Il gas in particolare – grazie anche alla forte discesa dei prezzi e all'introduzione di una pesante carbon tax – l'anno scorso è salito al 44% nel mix per la generazione elettrica britannica, mentre il carbone è sceso ad appena il 9%. Nel 2015 le quote erano rispettivamente del 30% e del 23%.

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