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Indicatori del benessere, in Europa l’Italia non esce a testa alta

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Indicatori del benessere, in Europa l’Italia non esce a testa alta

Ansa
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L’Italia tira la volata con il debutto degli indicatori di benessere nel Def. Ma che cosa succederebbe se i quattro parametri venissero applicati a tutti i Paesi dell’Unione europea?

Il Sole 24 Ore - con il contributo di Ref Ricerche - ha scattato l’istantanea su reddito medio annuo, tasso di mancata partecipazione al lavoro, indice di disuguaglianza ed emissione di anidride carbonica. «Per esigenze di comparazione - spiega Fedele De Novellis, partner ed economista senior di Ref Ricerche - abbiamo utilizzato gli ultimi dati Eurostat disponibili, riferiti al 2015, che in alcuni casi divergono leggermente da quelli contenuti nel documento del Governo, come per l’indice di disuguaglianza e le emissioni di Co2. Questo non mette però a rischio la panoramica complessiva». Per misurare le performance sono stati confrontati i valori attuali con quelli del 2007 per cogliere l’impatto dell’intero ciclo economico. Il Def presenta invece un confronto sugli ultimi tre anni.

La ricognizione mostra che l’Italia non brilla e ha ancora molti margini di miglioramento: in nessuna delle classifiche il nostro Paese indossa la maglia nera, ma resta al di sotto della media Ue per gli indicatori legati a reddito e lavoro. Una buona notizia arriva invece dal fronte ambientale.

IL TERMOMETRO EUROPEO DEL BENESSERE MISURATO CON I CRITERI SCELTI DALL'ITALIA

Tra i big europei la Germania conferma il primato in termini di reddito e partecipazione al mercato del lavoro. La Francia, ancora in affanno sui conti pubblici, si posiziona bene sui parametri del benessere. «Il confronto - aggiunge Luigi Campiglio, ordinario di politica economica all’Università Cattolica di Milano - conferma l’immagine di un’Europa a due velocità, dove a soffrire di più sono i Paesi accomunati da pesanti misure di austerity durante il periodo più acuto della crisi. L’impressione è però che il punto più basso sia stato toccato».

Il reddito
La forbice del reddito pro capite a parità di potere d’acquisto va dal minimo della Bulgaria al top della Germania, con circa 20mila euro annui di differenza. L’Italia, con oltre 21mila euro, si situa poco sotto la media Ue. «Rispetto al 2007 il calo in termini reali è stato del 12,6% - sottolinea De Novellis -. Il Def considera invece una variabile espressa a prezzi correnti che rischia di fornire una misura distorta verso l’alto dell’evoluzione del potere d’acquisto delle famiglie». Secondo il documento del Governo, dal 2014 al 2016 questo indicatore è aumentato del 2,4% «grazie agli interventi volti a ridurre la pressione fiscale e aumentare il reddito disponibile». La tendenza dovrebbe proseguire anche da qui al 2020 «grazie al piano di lotta alla povertà».

Tasso di inattività
È nel mondo del lavoro che l’Italia sconta i ritardi maggiori. Basti pensare che il 22,5% delle persone tra i 15 e i 74 anni è inattivo, un campanello d’allarme che segnala il potenziale che stiamo sprecando. Su questo terreno il nostro Paese, nonostante il tasso di disoccupazione più basso, non si discosta molto da Spagna (25,2%) e Grecia (26,2%). Agli antipodi, è non è una sorpresa, c’è la Germania, dove appena il 5,8% della popolazione in età da lavoro è inattiva.

Secondo le stime del Def il livello di inattività in Italia dovrebbe scendere di circa tre punti percentuali dal 2015 al 2020 «grazie a una maggiore partecipazione al lavoro di fasce potenziali di lavoratori che rientrano nel mercato incoraggiati dal miglioramento del contesto occupazionale accompagnate dalle misure di politica attiva».

La disuguaglianza
Nel rapporto tra il reddito del 20% della popolazione più ricca e quello del 20% di quella più povera fanalino di coda è la Romania, con un indice di disuguaglianza di 8,3, mentre la migliore è la Repubblica Ceca (3,5). L’Italia, insieme alla Spagna, è l’unico big al di sotto della media Ue. «Siamo passati da un conflitto di classe - evidenzia il sociologo Francesco Giubileo - a un conflitto generazionale, che vede contrapposti i giovanissimi ai più anziani. I milioni di pensionati sono in parte la causa della mancanza di risorse in spesa pubblica a favore dei giovani».

L’intenzione del Governo, si legge nel Def, è ridurre i divari grazie all’effetto degli interventi già attuati a sostegno delle fasce più deboli come il bonus da 80 euro, la detrazione Irpef da lavoro dipendente e l’abolizione della Tasi sulla prima casa.

L’ambiente
Migliora invece la performance dell’Italia per il livello di emissioni di Co2, più basso rispetto alla media Ue e a grandi Paesi come Germania e Olanda. In tutti però resta ancora molto da fare per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

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