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Iran al voto: escluso il falco Ahmadinejad, candidato di punta…

Le elezioni di maggio

Iran al voto: escluso il falco Ahmadinejad, candidato di punta il moderato Rohani

Mahmoud Ahmadinejad (AP Photo/Ebrahim Noroozi)
Mahmoud Ahmadinejad (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Un bocciato eccellente, l’ex presidente Mahamud Ahmadinejad, e sei candidati approvati tra cui il presidente uscente Hassan Rohani: questo è stato il responso del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Dalla corsa alle elezioni presidenziali iraniane del 19 maggio è stato quindi escluso Ahmadinejad, la cui seconda elezione nel 2009 era sta contestatissima e aveva innescato le proteste veementi dell’Onda Verde represse con grande durezza dai Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione. Allora Alì Khamenei, la Guida Suprema, massima istanza della repubblica islamica nata dalla rivoluzione di Khomeini nel 1979, aveva sostenuto Ahmadinejad dando il via a una spaccatura tra la stessa leadership con un fronte che aveva avuto come figura di riferimento Hashemi Rafsanjani, uno dei fondatori della repubblica morto alcuni mesi fa.

Ahmadinejad si candida a presidenza dell'Iran

La Guida Suprema questa volta ha fatto una scelta diversa. Ahmadinejad, che all’epoca della sua presidenza aveva sfidato gli Usa ed emarginato l’ala dei moderati, veniva ormai ritenuto una figura divisiva e inadatta ai tempi. Forte di alcuni appoggi nell’ala dura delle Guardie della Rivoluzione, aveva comunque sfidato lo stesso Khamenei che lo aveva consigliato di non presentare la sua candidatura. Ma è stato punito da un Consiglio dei Guardiani intenzionato a non far diventare la corsa alla presidenza un’arena infuocata in un momento assai delicato: gli Stati Uniti hanno annunciato la revisione dell’accordo sul nucleare, contestato già nel 2015 dai falchi del regime, e minacciano nuove sanzioni in piena guerra di Siria e con l’Iraq sempre in ebollizione.

L’ala moderata punta sulla riconferma di Hassan Rohani che ha buone possibilità ma attraversa anche diverse difficoltà perché l’intesa sul nucleare non ha portato gli attesi benefici economici: l’Iran continua a essere ai margini del grande sistema finanziario internazionale e le banche erogano con difficoltà i crediti temendo nuove sanzioni Usa.
Due sono i candidati del fronte conservatore che potrebbero batterlo. Il più in vista è un altro religioso, l’ayatollah Ebrahim Raisi, che porta il turbante nero, segno distintivo dei discendenti della famiglia del Profeta, custode del Santuario dell’Imam Reza di Mashad. In pratica è il presidente di una Fondazione (Ashtan al Qods) che controlla attività economiche per miliardi di dollari ed è proprietaria di grandi investimenti terrieri e immobiliari nel Khorassan, oltre a gestire le cospicue entrate dei pellegrinaggi al mausoleo di Mashad. Il terzo incomodo potrebbe essere un “laico”, Mohammad Baqer Qalibaf, sindaco di Teheran, che negli ultimi anni ha percorso un carriera simile a quella di Ahmadinejad prima di vincere le presidenziali e che aveva già partecipato alle presidenziali nel 2005 e nel 2013, quando arrivò secondo dietro a Rohani. Alle sue spalle ha un curriculum come comandante militare e capo delle forze di polizia: un uomo di apparato ritenuto affidabile da conservatori e dai militari.

Sul sfondo delle elezioni presidenziali si profila anche la questione della successione alla Guida Suprema Khamenei, 77 anni, la cui salute appare sempre più malferma: la successione viene decisa dall’Assemblea degli Esperti di cui fanno parte sia Raisi che Rohani. Ma su questa elezione entrerà non il voto popolare ma il Deep State, lo Stato profondo iraniano, ovvero il complicato intreccio ideologico e di interessi tra potere religioso, militare ed economico che tiene in piedi la repubblica islamica dal 1979.

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