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Draghi: ripresa solida ma l’inflazione bassa richiede una politica…

RIUNIONE BCE

Draghi: ripresa solida ma l’inflazione bassa richiede una politica ultraespansiva

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La crescita si rafforza, i rischi sono ormai esterni e non più domestici, ma l’inflazione manca all’appello. La Banca centrale europea non ha quindi motivo per cambiare la propria politica. Non erano attesi, del resto, grandi novità dalla riunione di oggi, che ha confermato le attese degli analisti e dei mercati.

A questo punto tutto dipende da una sola questione: in che misura la crescita si trasformerà in inflazione? Ormai la ripresa è «solida e ampia», solo i rischi globali, geopolitici sembrano minacciarla: Brexit, la Cina, ma anche le politiche dell’Amministrazione Trump. Il presidente Mario Draghi, ha anzi fatto chiaramente capire che ben poco - nella sua recente visita a Washington, al summit dell’Fmi - è trapelato sulle reali intenzioni della Casa Bianca anche se «forse», in via «provvisoria» si può dire che «i rischi di protezionismo sono un po’ calati».

Rischi in calo
La situazione interna di Eurolandia invece è migliorata e i «rischi al ribasso sono ulteriormente calati». Non sono ancora equilibrati, ma - spiega il comunicato ufficiale - «si sono mossi verso una configurazione più equilibrata: un evidente miglioramento rispetto a marzo quando risultavano soltanto «meno pronunciati». È l’inflazione che lascia ancora a desiderare: aumenterà nuovamente ad aprile, dall’1,5% di marzo e poi oscillare a livelli analoghi, sia pure con una certa volatilità.

L’inflazione non è ancora sufficiente
Mancano però segnali che possano far pensare a un’accelerazione sostenibile dei prezzi: le pressioni inflattive mancano, anche se i prezzi alla produzione hanno mostrato qualche temporaneo rialzo; soprattutto non ci sono quegli aumenti dei salari che - secondo le attese della Bce - dovrebbero trasformarsi in maggiore inflazione. Se sono cresciute la domanda interna e i consumi, è dovuto ai progressi realizzati nell’occupazione, non nelle retribuzioni.

Stoccata a Schäuble
Non c’è motivo quindi per cambiare politica, né per cambiare la comunicazione. Su questo, ha spiegato Draghi, sono stati d’accordo tutti, e quindi anche i tedeschi. Non è mancata, tra l’altro, una stoccata alle aspre critiche del ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che - ha ricordato Draghi - in passato è stato un difensore dell’indipendenza delle banche centrali. Una circostanza «piuttosto ironica».

Il politico democristiano aveva detto nei giorni scorsi che la politica della Bce «sta incoraggiando un’eccessiva assunzione di rischi, un senso di autocompiacimento politico, una cattiva allocazione dei capitali e bolle sui prezzi degli assets». Il presidente si è però rifiutato di rilasciare commenti sulla politica («Il consiglio di occupa di politiche, non di politica»), e ha precisato che le decisioni non vengono prese sulla base delle elezioni o dei «probabili risultati» delle elezioni.

Prima la fine del Qe poi il rialzo dei tassi
Draghi ha anche chiarito i dubbi, alimentati da qualche investitori, sulla sequenza della strategia di uscita dall’attuale politica ultraespansiva: ha confermato che prima finirà il quantitative easing e solo successivamente si toccheranno i tassi di interesse. «È ancora necessario - ha del resto confermato il comunicato - un grado molto elevato di accomodamento monetario».

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