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Giappone, il premier Abe annuncia piano per cambiare la Costituzione

dopo 70 anni

Giappone, il premier Abe annuncia piano per cambiare la Costituzione

Ap
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TOKYO – Il 3 maggio in Giappone è il giorno della Costituzione: esattamente 70 anni fa entrò in vigore la Carta costituzionale più pacifista del mondo, con la quale si afferma solennemente la rinuncia definitiva alla guerra. Il primo ministro Shinzo Abe ha colto l’occasione per annunciare un piano per cambiarla entro il 2020: in un videomessaggio, il premier – nonchè presidente del Partito Liberaldemocratico – ha proposto in particolare una revisione costituzionale che chiarisca lo status delle forze armate. «Rendendo esplicito lo status delle Forze di Autodifesa nella Costituzione nel corso della nostra generazione, non ci sarà spazio per mettere in dubbio la loro costituzionalita», ha detto Abe, aggiungendo che la modifica «merita un dibattito popolare». Quindi lui è disposto a modificare la controversa bozza di revisione approvata dal suo partito nel 2012. In una intervista al quotidiano Yomiuri, il premier ha indicato il 2020 – anno delle Olimpiadi di Tokyo – come il momento giusto per presentare un nuovo Giappone al mondo anche attraverso una Costituzione modificata, specialmente a proposito dell'articolo 9 (clausola ultrapacifista) che ritiene disallineata rispetto agli standard internazionali.

Giappone: una Costituzione da archiviare?

La Costituzione giapponese, approvata durante il periodo dell'occupazione americana, vieta l’esistenza di forze armate. Ma la clausola è stata svuotata: le forze armate esistono sotto il nome di Forze di Autodifesa. La norma è stata interpretata infatti come non preclusiva del diritto di autodifesa, mentre nel 2015 il governo ha varato leggi di “interpretazione autentica” che hanno esteso questo diritto alla difesa di forze alleate (anche senza un attacco diretto al Paese). Proprio questa settimana, per la prima volta, una nave militare nipponica – la portaelicotteri Izumo - ha avviato una missione di scorta di una nave americana.

Le stesse autorità americane si pentirono presto di aver promosso l'inserimento della clausola ultrapacifista nella Costituzione nipponica, in quanto con la Guerra Fredda – e la guerra calda di Corea del 1950-1953 – apparve presto evidente che il Giappone avrebbe dovuto essere un baluardo contro l'espansione del comunismo in Asia. Ai governanti nipponici, però, tutto sommato per molto tempo andarono bene le limitazioni costituzionali in tal senso, che consentirono al Paese di concentrarsi più agevolmente sul suo sviluppo economico.

Ora Abe cita l'«aumentata severità» della situazione della sicurezza del Paese (con riferimento esplicito alla Corea del Nord e implicito all'ascesa della potenza cinese) come argomento per accelerare la revisione costituzionale, la cui procedura richiede una maggioranza di due terzi in entrambi i rami della Dieta e un referendum popolare. Finora la Costituzione non ha mai avuto alcun emendamento.

L'opinione pubblica appare molto divisa. Gli ultimi sondaggi danno più o meno equivalenti i favorevoli e i contrari, segnalando un aumento dei favorevoli rispetto al recente passato (complice, probabilmente, l'allarme per la minaccia nordcoreana).

I favorevoli alla revisione sostengono che la clausola ultrapacifista costituisce un freno all'acquisizione di una importanza strategica internazionale per il Paese e ne fanno anche una questione di orgoglio nazionale (considerandola l'eredità del periodo di occupazione): per loro, con la revisione costituzionale il Giappone diventerà un Paese “normale”, anche con la fine dell'asimmetria dell'allenza militare con gli Stati Uniti (gli Usa sono impegnati a difendere il Giappone, ma il Giappone incontra limiti nel difendere gli Usa se necessario e anzi fino a poco tempo fa non poteva proprio farlo).

I contrari sottolineano che grazie a questa Costituzione il Giappone ha evitato di essere invischiato in conflitti militari: in 70 anni nessun giapponese in divisa ha sparato nè è morto in battaglia. La revisione sarebbe da temere in quanto il Sol Levante sarebbe poi esposto al rischio di essere coinvolto in guerre americane non necessariamente confacenti all'interesse nazionale. Inoltre la modifica costituzionale sarebbe accolta molto male da Paesi vicini come la Cina e la Corea del Sud, inasprendo le tensioni regionali. Infine, c'è chi vede l'art.9- e più in generale la forte rigidità costituzionale connessa alle complesse procedure di revisione - anche come un presidio di democrazia e una forma di salvaguardia contro l'eventuale ritorno dell'autoritarismo all'interno del Paese.

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