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Il lato positivo della Francia: così Macron ha salvato l’Europa

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Il lato positivo della Francia: così Macron ha salvato l’Europa

Emmanuel Macron ha salvato l’Europa perché il suo avversario avrebbe cominciato a sfasciarla. Inizia e finisce qui l’aspettativa messianica di chi, con la vittoria del candidato di En Marche! alle presidenziali francesi, aveva a cuore le sorti dell’Unione. E non è poco, soprattutto a fronte della “retorica del dopo” che non saprà e non vorrà godersi la rilevanza positiva dell’esito di queste elezioni drammatiche e spettacolari. Quelli che “non è mai abbastanza” rinvieranno alle incognite di un politico inesperto che faticherà ad avere una maggioranza per governare e a quelle di un’Europa tutta da riformare e forse da rifondare affinché smetta di alimentare un populismo oggi sconfitto ma sempre irriducibile.

Dopo Brexit e le presidenziali negli Stati Uniti e dopo queste elezioni francesi dovremmo aver capito meglio che ciò che ci distingue dai britannici e dagli americani è il nostro essere europei, più che italiani tedeschi o francesi, ed è su questa base indentitaria allargata che si potranno rafforzare talune prerogative nazionali.

Negare questa realtà può essere fatale per i politici con ambizioni di governo. Non puoi diventare presidente della repubblica francese solo urlando al Paese la sua sconfitta, la sua paura, la sua chiusura al mondo, il ripiegamento su se stesso. Non basta, come è accaduto a Marine Le Pen, proporre soluzioni facili e sbrigative per problemi complessi (esemplare il caso della fabbrica Whirlpool di Amiens, con la promessa di una nazionalizzazione per evitarne la delocalizzazione in Polonia). E se l’immagine della Francia di Macron può risultare edulcorata e non necessariamente simpatica, anche quella della Francia di Le Pen ha raccontato una verità parziale.

Nonostante la crisi, La Francia resta un Paese ricco, con grandi potenzialità, a cominciare da una popolazione giovane. Contrariamente a Italia e Germania la dinamica demografica non è un’ipoteca sul futuro del Paese. L’economia registra un tasso di disoccupazione elevato (10%) e un mercato del lavoro a due facce, con garanzie e protezioni per chi è già dentro e precarietà e incertezza per chi ne sta fuori, ma la produttività è elevata e secondo il parametro del Pil per ora lavorata allo stesso livello di quella americana e superiore a quella tedesca. Così le disparità di reddito sono meno pronunciate che altrove in Europa e gli ammortizzatori sociali funzionano bene in tempo di crisi mettendo al riparo il potere d’acquisto delle famiglie. La Francia non avrà le Pmi innovative dell'Italia, ma mantiene una grande industria e una grande finanza, entrambe con economie di scala internazionali e la qualità percepita del servizio pubblico continua ad essere elevata.

Non può quindi funzionare fino in fondo la narrativa monocorde della sconfitta, dell’esclusione, della marginalità, dell’acredine verso le élite. Un altro bipolarismo francese è quello tra ipocondria - l’esasperazione del malessere che diventa patologia - e orgoglio patriottico. Se il primo tende a soffocare il secondo, c’è una reazione, e si è visto nel risultato finale. A nessuno piace specchiarsi solo nei propri fallimenti. Il dibattito TV di mercoledì sera passerà alla storia anche per questa ragione. La sua brutalità è servita a togliere la maschera a entrambi i candidati. La retorica populista delle contrapposizioni si è trasformata in un boomerang. Il lupo Le Pen non ha trovato davanti a sé un giovane agnello da sbranare ma un giovane lupo, ambizioso, preparato, pedagogico ai limiti della supponenza, e freddo, a volte spietato. Non si arriva a conquistare l’Eliseo in nove mesi senza queste caratteristiche.

Resta, certo, un Paese spaccato sul quale lavorare. Più dei politologi classici sono stati gli storici, i geografi e i demografi (Christophe Guilluy, Hervé Le Bras, Jacque Lévy) a farci capire ciò che avevamo sottovalutato in Brexit e nelle elezioni americane: la linea di divisione, la frattura sociale economica e territoriale tra centro e periferia, quest’ultima intesa sia come propaggine dei grandi e medi agglomerati urbani sia come provincia profonda e rurale. Sono state le loro rappresentazioni cartografiche a dare spazialità e dimensionalità alla divisione tra sconfitti e beneficiari della globalizzazione, a misurare l’assottigliamento e la quasi estinzione di intere categorie della classe media fino a rendere obsolete le categorie politiche di destra e sinistra, frantumate da due partiti che non hanno mai fatto parte del quadro istituzionale della V Repubblica nonostante la vecchia militanza del Front National.

L’esercizio più interessante dei prossimi giorni, delle prossime settimane, sarà quello di misurare la consistenza politica del giovane presidente, che ama definirsi «né di destra né di sinistra». È così convinto di questa sua non-appartenenza alle categorie tradizionali del bipolarismo che potrebbe tranquillamente rivendicare il contrario («Sono di destra e di sinistra») se ciò non gli impedisse di qualificarsi come campione del Centro. Quando non si riescono a catalogare soggetti o processi, come nel caso di Macron e della sua ascesa meteorica, abbondano etichette e classificazioni. Difficili da appiccicare anche nel caso di “Centro”.

Di quale Centro, poi, visto che la Terza Via è stata battuta da illustri predecessori come Tony Blair o Bill Clinton e che c’è stata un’importante declinazione tedesca chiamata neue Mitte (Nuovo Centro) con Gerhard Schroeder? Del resto fu il cancelliere socialdemocratico a spiegare già una quindicina d’anni fa che non esistevano politiche economiche di destra o di sinistra ma «politiche economiche buone o cattive» per giustificare la madre di tutte le riforme strutturali europee, Agenda 2010.

“Una nuova pagina della nostra lunga storia si apre e voglio che sia quella della speranza e della fiducia ritrovate. Difenderò la Francia e difenderò l'Europa, perché è in gioco la nostra civiltà. Ricostruirò il legame tra l'Europa e i popoli che la compongono, tra l'Europa e i suoi cittadini”

Emmanuel Macron, nel suo primo discorso dal Presidente della Repubblica 

Il programma di Macron, perfetto nella sua vaghezza, è una fantastica mescolanza di generi dove in una singola voce rimbalzano elementi di destra e di sinistra, senza che vi sia necessariamente una sintesi di centro. È come un regista cinefilo che ama citare i maestri nei suoi film o un musicofilo appassionato di contaminazione dei suoni. Così il suo modello di democrazia partecipativa, dell’ascolto “dal basso”, ha un debito evidente nei confronti del programma Désir d’Avenir di Ségolène Royal, non a caso uno dei suoi sponsor più convinti, e intende utilizzarlo per lanciare un dibattito in tutti i Paesi dell’Unione per riconfigurare l’Europa dei cittadini. E la sua proposta di riforma del mercato del lavoro tradisce sia un approccio sarkozysta (niente modifica della durata legale dell’orario) sia un approccio tedesco, con la volontà di dare più spazio alla contrattazione decentrata, a livello aziendale, e di rafforzare le politiche attive per il lavoro.

Minori ambiguità circondano per fortuna il suo progetto europeo, dalla Difesa comune a un’eurozona con un proprio bilancio, un proprio ministro delle Finanze e un parlamento che le dia legittimità e coesione politica. Dovrà vedersela con Berlino, ma la Germania da oggi vanta un debito nei suoi confronti perché non si troverà sola di fronte a sé stessa e alla sua riluttante egemonia. Il miracolo di Macron finisce oggi. Da domani cominceremo a misurarne la determinazione riformista, nella speranza che il suo progressismo abbia l’ambizione di costruire un mondo nuovo e non, come sosteneva Camus, impedire al mondo attuale di sfasciarsi.

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