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Da Coblenza al Louvre, il declino dei populisti Ue

battuta d’arresto

Da Coblenza al Louvre, il declino dei populisti Ue

Geert Wilders, Frauke Petry e Marine Le Pen durante il raduno degli euroscettici a Coblenza, nel gennaio scorso
Geert Wilders, Frauke Petry e Marine Le Pen durante il raduno degli euroscettici a Coblenza, nel gennaio scorso

Sono passati appena tre mesi e mezzo dal raduno dei leader euroscettici a Coblenza, in Germania. Eppure le istantanee di quel meeting - una sorta di “internazionale europea del populismo”, chiamata a raccolta dall’ambizioso movimento tedesco Alternative für Deutschland (AfD) all’indomani dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca - già appaiono sbiadite. E i volti sorridenti di Marine Le Pen, Geert Wilders e Frauke Petry, i leader più temuti di quell’ondata, si sono come trasfigurati in un ghigno sofferto alla Dorian Gray.

L’ultima a incassare una sconfitta è stata Marine Le Pen, quella che più aveva fatto tremare l’Europa con il rischio che il Front National, da lei abilmente sdoganato, desse il colpo di grazia alla traballante architettura comunitaria, trasformando uno dei due Paesi cardine della Ue in un campione dell’anti-europeismo. A marzo Geert Wilders, leader euroscettico e anti-Islam dei Paesi Bassi, aveva dovuto accontentarsi del secondo posto, ampiamente staccato dal partito liberal-conservatore di governo: un risultato che lo ha escluso dai negoziati per la formazione di un nuovo esecutivo, ancora in corso. Quanto a Frauke Petry, le elezioni federali tedesche devono ancora svolgersi, ma Alternative für Deutschland è spaccata e in calo nei sondaggi e la leader ha già rinunciato a fare da capolista il 24 settembre, giorno del voto.

Di fronte a quella che appare una netta inversione di tendenza la tentazione di parlare di tramonto dei populismi europei è dunque forte, ma la cautela è d’obbligo. Il Front National francese non ha conquistato l’Eliseo, ma ha ottenuto un’affermazione storica, dopo aver battuto comunque al primo turno i tradizionali partiti “mainstream” della politica francese, socialisti e gollisti.

Wilders è fuori dalla stanza dei bottoni, ma la sua retorica ha permeato il messaggio di molti altri partiti, a cominciare da quello del premier uscente e probabilmente futuro, Mark Rutte. E ci sono poi le prossime scadenze elettorali: l’8 giugno il voto britannico, dove i Tories della premier Theresa May hanno sostanzialmente fatto propria la bandiera dell’euroscetticismo dell’Ukip e chiedono una forte legittimazione popolare per negoziare con intransigenza il divorzio della Gran Bretagna dalla Ue; in un futuro prossimo le elezioni italiane, dove il populismo anti-establishment o anti-euro – dal Movimento Cinquestelle di Beppe Grillo alla Lega di Matteo Salvini – potrebbe ottenere risultati importanti.

Dalla Francia arriva dunque un’iniezione di fiducia alla Ue, tanto più forte se si considera che Emmanuel Macron non ha inseguito Marine Le Pen sul terreno dell’euroscetticismo, ma le si è contrapposto, facendo proprio dell’europeismo il suo cavallo di battaglia. Ora però dovrà dare corso al suo progetto di rilancio, della Francia e dell’Unione, sanando le divisioni di un Paese in cui la somma di astenuti e sostenitori di Le Pen supera comunque i voti ottenuti dal leader di En Marche. Lo stesso vale per l’Europa, chiamata a riconquistare molti dei suoi cittadini. Cullarsi sugli allori, accompagnati dalle note dell’Inno alla gioia, sarebbe un’imprudenza imperdonabile.

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