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Pyongyang alza la voce con un altro missile

il nuovo test nordcoreano

Pyongyang alza la voce con un altro missile

Un nuovo test missilistico nordcoreano questa volta non fallisce: lanciato questa mattina (intorno alle 22.30 ora itaiana) dalla regione di Kusong a nord ovest di Pyongyang, il missile balistico si è inabissato nel Mar del Giappone dopo una traiettoria di circa 700 chilometri. Si tratta del primo lancio dopo l’elezione del nuovo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, favorevole ad applicare verso il Nord non solo pressioni sanzionatorie ma anche una disponibilità al dialogo.

Il test segue quello fallito di due settimane fa: negli ultimi due mesi per quattro volte i lanci sono falliti. Il successo dell'operazione di oggi dimostrerebbe la prosecuzione dei progressi tecnologici in campo militare.

L'iniziativa sembra anche a molti esperti un monito e una sfida alla comunità internazionale: parecchi leader (compreso il presidente del consiglio Paolo Gentiloni) sono riuniti oggi a Pechino per il summit One Belt One Road sulla nuova Via della Seta finalizzata a spronare i commerci internazionali.

Pyongyang teme il rafforzamento in atto del regime sanzionatorio internazionale e al pari degli Usa sembra ora alternare consuete minacce a indicazioni aperturiste verso un dialogo.

Ieri una esponente della diplomazia del regime aveva indicato genericamente la disponibilità di Pyongyang ad avviare negoziati con gli Stati Uniti se se ne determinassero le condizioni. Sembrava una prima risposta al messaggio di apertura di Donald Trump, che alle ripetute minacce di attacco militare unilaterale aveva alternato a sorpresa - il 30 aprile scorso - una dichiarazione di disponibilità a incontrare il leader Kim Jong un, arrivando persino a elogiarne la capacità di mantenere il potere. «Se ci saranno le condizioni, dialogheremo (con gli Usa)», ha detto Choe Son Hui, responsabile della sezione nordamericana del ministero degli esteri nordcoreano (nonché veterana delle trattative sul programma nucleare), durante una sosta a Pechino al ritorno dall'Europa. All'inizio di settimana scorsa, Choe aveva incontrato a Oslo un gruppo di esperti statunitensi sulla sicurezza - tra cui l'ex ambasciatore all'Onu Thomas Pickering e Suzane DiMaggio del think tank “New America” - in colloqui non ufficiali.

Quanto ai rapporti con la Corea del sud dopo l'elezione di un nuovo presidente, Moon Jae-in (che si è detto disposto a recarsi a Pyongyang), la Choe si è limitata a rispondere: «Staremo a vedere».

Diplomatici e osservatori politici si sono divisi su come considerare il suo messaggio, concordando solo che non possa essere improvvisato o casuale. Sono due le differenze fondamentali con la manifestazione di disponibilità americana: in questo caso non è stato il leader in persona a parlare; inoltre mentre le condizioni preliminari richieste dagli Usa sono chiare - la rinuncia ai programmi nucleari e balistici - quelle della Corea del Nord restano nebulose. In ogni caso, Pyongyang ha sempre mostrato di considerare lo sviluppo di capacità nucleari come una essenziale garanzia di sicurezza contro eventuali tentativi americani e sudcoreani di “regime change”.

Gli ottimisti sottolineano sia che l'obiettivo ultimo di Pyongyang è da tempo quello di un dialogo diretto con Washington sia che le prospettive di un negoziato sono da considerarsi concrete, dopo la rinuncia nordcoreana a effettuare un nuovo test nucleare, che pure era stato indicato da vari segnali come ormai pronto per solennizzare due importanti anniversari. Certo il nuovo test missilistico appare come una doccia fredda sulle prospettive di avvio di trattative.

I pessimisti osservano che al regime non costa nulla alternare alle minacce qualche segno di ammorbidimento che possa gettare confusione negli schieramenti avversari, con l'obiettivo immediato di evitare l'attuazione di più pesanti sanzioni e alleggerire quelle in atto. Solo due giorni fa i media nordcoreani avevano parlato degli Usa come di uno “Stato sponsor del terrorismo” per via di un allegato complotto della Cia e dei servizi sudcoreani finalizzato ad assassinare Kim.

A guidare la delegazione nordcoreana al vertice economico di Pechino è il ministro delle relazioni economiche esterne, Kim Yong Jae, che potrebbe incontrare alti dirigenti cinesi per chiedere un allentamento delle sanzioni (che ultimamente la Cina, da cui Pyongyang largamente dipende sul piano economico, è parsa disposta ad applicare più seriamente). Pechino stessa appare preoccupata per le cosiddette “sanzioni secondarie” appena approvare dalla Camera di Washington, che tra l'altro potrebbero colpire varie società cinesi. La stessa commissione esteri del parlamento nordcoreano ha inviato una singolare e inedita lettera di protesta al Congresso, sostenendo che le più aspre sanzioni in via di introduzione siano un «atto malvagio antiumanitario».
E con il successo del nuovo test missilistico, Pyongyang fa risentire con forza la sua voce.

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