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Sul futuro dell’Europa il rilancio alla francese

L'Editoriale|L’EDITORIALE

Sul futuro dell’Europa il rilancio alla francese

Ancora non è chiaro se e come Emmanuel Macron riuscirà a lanciare la sua Europa, a conquistarsi in casa i margini di manovra e di credibilità riformista necessari per imporre la sua visione ai partner e, prima di tutto, alla Germania.

Quello che invece è già chiaro è che effervescenza e volontarismo del nuovo presidente francese finiranno per strappare la maschera all’ideologia europeista della Germania costringendola prima o poi a scegliere tra l’idolo del rigore di bilancio, estremizzato nella moltiplicazione infinita dei suoi surplus, e l’imperativo non meno categorico di tenere in vita l’Europa, se non altro per esigenze di competitività globale.

«La France c’est l’Europe», diceva François Mitterrand più di trent’anni fa. Macron oggi ne riecheggia programma e ambizioni, anche se l’Europa e la Germania del vecchio presidente erano altro: la prima più piccola e omogenea, la seconda divisa e poi unificata da uno shock della storia dal quale la Francia non si è mai ripresa. Tanto da perdere a poco a poco presenza e iniziativa sulla scena europea e trasformarsi in un paese introverso, euro-abulico, ribelle e sempre più incline al nazionalismo senza grandeur.

Era stata la disperazione di fronte alla rinascita della grande Germania a dare a Mitterrand la forza di strappare al cancelliere Helmut Kohl il grande baratto: riunificazione in cambio del condominio europeo sul marco, a garanzia di una Germania europea e contro un’Europa tedesca. Oggi è un’altra disperazione, l’insostenibile leggerezza politica della Francia insieme alla crescente inconsistenza e disfunzionalità del progetto europeo, a spingere Macron alla riscossa.

Tentando un nuovo assalto alla diligenza tedesca, divenuta nel frattempo superpotenza riluttante e libera dai vecchi complessi di colpa, quindi meno disposta a distribuire solidarietà alla buona. Incondizionata. Il piano francese di rilancio prevede quasi tutto quello che la Germania guarda con diffidenza: un’eurozona dotata di un parlamento, di un ministro delle Finanze e di un bilancio propri, sostenuto anche dall’emissione di eurobond per rafforzare gli investimenti, un bilancio all’altezza di una nuova Unione fondata anche sui trasferimenti finanziari «perché, senza, il rigore a senso unico foraggia i populismi e le divergenze economiche creano divergenze politiche alla lunga insanabili», cioè alimentano il male oscuro europeo.

Macron si spinge oltre: auspica la codificazione di una serie di diritti sociali europei, il varo di un Buy European Act sul tipo di quello americano che privilegi l’industria Ue nelle gare pubbliche d’appalto, un forte impulso alla politica di eurodifesa per i Paesi disposti a perseguirla. In breve, teorizza più integrazione insieme a un ulteriore trasferimento su larga scala di pezzi di sovranità nazionale. Ovviamente con la riforma dei Trattati, che richiede l’unanimità. Se non fosse per la simpatia che raccoglie a Berlino l’uomo che ha fugato il pericolo Le Pen all’Eliseo, Macron potrebbe apparire un abile provocatore votato al suicidio politico. Ma la Germania oggi ha troppo bisogno di recuperare la spalla francese per ricostruire l’Europa post-Brexit in un mondo sempre più instabile e imprevedibile per liquidarlo alla leggera invece di cercare tutti i possibili punti di sintonia. Dopo tre vittorie consecutive alle regionali e la bruciante sconfitta della Spd di Martin Schulz, Angela Merkel è tornata a essere un cancelliere forte e, salvo sorprese, alle soglie del quarto mandato. Un interlocutore cauto che incarna la cultura tedesca della stabilità ma, se necessario, è anche capace di guizzi eterodossi: la crisi greca insegna. Le pretese della nuova Europa di Macron sono alte, anche troppo. Forse sono premature ma indubbiamente sensate. Berlino gronda surplus: anche tralasciando l’8% del Pil dell’avanzo corrente, quest’anno le entrate fiscali saliranno di 7,9 miliardi per arrivare a più di 54 miliardi da qui al 2021. Una parte servirà a tagliare la pressione fiscale sulle fasce medio-alte, il resto a ridurre il debito, già in zona 60%. Per ora questa è la scelta. Ma dopo le elezioni potrebbe cambiare, perché oggi un investimento nella stabilità e nella convergenza europea renderebbe molto di più del puro arroccamento sulla stabilità tedesca, comunque solidamente acquisita. Troverà il cancelliere la volontà di una sterzata lungimirante e coraggiosa? La tenuta dell’Europa val bene qualche rinuncia. Per tutti. Molto dipenderà da Macron, dalla sua capacità di mantenere le promesse riformiste in Francia, rientro dal debito (100%) compreso. Se davvero il nuovo presidente vuole recuperare un rapporto alla pari con Berlino, nella rinverdita convinzione che oggi «la France c’est l’Europe», dovrà imporre radicali cambiamenti al suo Paese prima di esigere quelli degli altri. L’impresa non è impossibile. L’esercizio più complicato sarà trovare con realismo il punto di convergenza europea tra eccessi di virtù e vizi incancreniti.

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