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Ecco perché il grande malato Giappone ha ripreso a marciare

i frutti dell’Abenomics

Ecco perché il grande malato Giappone ha ripreso a marciare

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
TOKYO – In vari G7 del passato il Giappone si era presentato come un gigante malato, fino a sembrare incapace di darsi una scossa salutare. Questa volta il Sol Levante si può presentare al vertice G7 di Taormina, venerdì e sabato prossimi, come un Paese caratterizzato da stabilità economica e politica, con una crescita recente che lo posiziona tra le locomotive del gruppo dei Paesi avanzati. Il premier Shinzo Abe - uno dei pochi leader che non sono cambiati dal G7 di Ise-Shima dell'anno scorso - è in grado di presentare un bilancio positivo della sua Abenomics, dopo che è emerso che l'economia nipponica ha iniziato il 2017 al ritmo di crescita più veloce in un anno, mettendo a segno il quinto trimestre consecutivo di espansione (come non accadeva da oltre un decennio).

Un anno e mezzo di crescita
Con il trimestre corrente atteso anch'esso con il segno positivo, Abe dovrebbe eguagliare il periodo di un anno e mezzo di crescita che il Paese registrò tra il 2005 e il 2006 sotto il premier Junichiro Koizumi. Nell'intera annata fiscale (aprile 2016-marzo 2017), la terza economia mondiale mette a segno una espansione in termini reali dell'1,3% e in termini nominali dell'1,2 per cento.
Ecco le ragioni del miglioramento.

EPPUR SI MUOVE
Il tasso di crescita del Pil del Giappone. Dato trimestrale annualizzato, variazione %

Il traino delle esportazioni
Il Pil reale giapponese nel primo trimestre 2017 è aumentato oltre le attese, a un tasso annualizzato del 2,2%, pari a un +0,5% sul trimestre precedente, in accelerazione sul +1,4% annualizzato (dato rivisto ieri) negli ultimi tre mesi dell'anno scorso.

Una performance trainata soprattutto dalle esportazioni, che hanno messo a segno un +2,1% trimestre su trimestre. Forte, in particolare, l'export verso l'Asia, mentre anche gli Stati Uniti si confermano come una destinazione privilegiata per l'industria manifatturiera giapponese. Il che potrebbe generare complicazioni, visto che l'Amministrazione Trump intende promuovere una riduzione del forte disavanzo commerciale con Tokyo, secondo solo a quello con la Cina. Il Giappone conferma dunque la propria dipendenza dalla domanda esterna. La buona performance dell'export, oltre che funzione dello stato di salute dell'economia globale, è connessa anche a uno yen che resta relativamente debole.

La politica monetaria ultraespansiva
La prima freccia dell'Abenomics - la politica monetaria ultraespansiva introdotta all'inizio del 2013 - gioca un ruolo fondamentale, anche se continua a non centrare l'obiettivo dichiarato di spronare l'inflazione verso il target del 2% annuo. Anzitutto, tiene relativamente basso il cambio dello yen, favorendo i gruppi esportatori e frenando la de-industrializzazione. In secondo luogo, i tassi schiacciati verso zero consentono alle aziende di perseguire le loro strategie potendo contare su oneri molto bassi di indebitamento. Il risultato è che, nel suo complesso, i profitti della Corporate Japan sono a livelli record. Così gli investimenti di capitale sono in ascesa: +0,2% nell'ultimo trimestre dopo un brillante +1,9% nell'ultima fase del 2016. Il problema è che una fetta crescente degli investimenti delle imprese finisce all'estero, visto che le prospettive di espansione del mercato interno sono modeste. In terzo luogo, la politica monetaria ha gonfiato i prezzi degli asset (spronando Borsa e settore immobiliare), generando anche il cosiddetto “effetto-ricchezza”.

La flessibilità di bilancio
Importante anche la seconda freccia dell'Abenomics, anche se dall'iniziale definizione di “stimoli fiscali” è stata derubricata a «flessibilità di bilancio». Il governo Abe ha introdotto varie manovre di stimolo e - dopo che il rialzo dell'Iva nel 2014 ha provocato una recessione - ha posposto per due volte un ulteriore rialzo della pressione tributaria indiretta: constatato che lo stato dell'economia non avrebbe sopportato ulteriori oneri fiscali, l'esecutivo non ha esitato a mettere a rischio - anzi, per gli analisti è proprio saltato - il suo interno “parametro di Maastricht”, ovvero il conclamato obiettivo di un avanzo primario nell'esercizio che si chiuderà nel marzo 2021. E comunque non si esagera: nel primo trimestre, gli investimenti pubblici risultano in calo dello 0,1%.

Risveglio dei consumi interni
I primi tre mesi dell'anno hanno visto un risveglio dei consumi interni (+0,4% sul trimestre precedente). Un piccolo segnale di maggiore fiducia dei consumatori, che però trova ostacoli in una dinamica ben precisa: l'andamento stagnante dei salari a dispetto dell'irrigidimento del mercato del lavoro. Nel primo trimestre, in termini nominali, le remunerazioni totali del lavoratori sono scese dello 0,2 per cento. Il governo ha sollecitato le imprese ad aumentare i salari per contribuire a un circolo virtuoso dell'economia, ma la loro risposta è stata cauta e inferiore alle aspettative dello stesso governo.

Nuove direttrici di crescita
Tra gli indubbi successi dell'Abenomics, c'è la lucida promozione del settore turistico, che è diventato uno dei nuovi pilastri della crescita. Il mese di aprile ha visto un nuovo record storico di turisti stranieri, in aumento del 23,9% a 2,57 milioni. L'ex Paese dei viaggiatori è diventato importatore netto di turisti e il settore oggi contribuisce positivamente alla bilancia dei pagamenti. Altri comparti sono in crescita grazie a incentivi governativi, come quello delle esportazioni agricole. Il terzo pilastro dell'Abenomics, le riforme strutturali per accrescere la produttività, è spesso accusato di essere promosso in modo insufficiente. Ma qualcosa si muove. Inoltre gli apparati burocratici assecondano con impegno e diligenza le direttive del governo, mentre tendevano a seguire di malavoglia i precedenti governi di centrosinistra.

Conclusioni
Il Giappone ha ripreso a marciare, ma è chiaro che non può correre per motivi strutturali. La performance del Pil va valutata in relazione al parametro che gli economisti definiscono “potenziale di crescita”. Un fattore che è in declino e oggi viene stimato intorno allo 0,3%, alla luce del calo demografico e della forza-lavoro (i babyboomers stanno andando incontro a un pensionamento di massa). Il successo, insomma, sta in una crescita modesta ma costante, tendenzialmente superiore al potenziale di crescita.

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