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AmericaFirst non basta: 6mila tagli da General Motors e Ford

TRUMP E LE DIFFICOLTà DELL’AUTO USA

AmericaFirst non basta: 6mila tagli da General Motors e Ford

Veicoli Ford in vendita a Miami, in Florida. Il gruppo ha annunciato il taglio del 10% della forza lavoro
Veicoli Ford in vendita a Miami, in Florida. Il gruppo ha annunciato il taglio del 10% della forza lavoro

I numeri possono più delle parole di Donald Trump. Ancor più di quelle di un Trump indebolito da scandali e passi falsi. Il verdetto dei tagli dei costi e della forza lavoro annunciati nei giorni scorsi da Ford riflette la dura lex sed lex del mercato, quello dei consumatori e quello degli investitori. Il tramonto preannunciato dalla nuova epoca d’oro dell’auto, che aveva visto gli Stati Uniti riportare record di vendite, richiede nuove strategie che rischiano di scontrarsi con il facile populismo delle promesse. Così come le richiede il languire dei titoli delle grandi case di Detroit a Wall Street.

Promesse le aveva strappate Trump alle aziende. Un gioco parso fin da subito a volte superficiale, a tratti rischioso. Loro avevano assicurato che avrebbero investito e assunto di più in alcuni impianti statunitensi. E ignorato le scomode invettive al Nafta lanciate dal presidente, quel Nafta che in realtà, con le regole di libero scambio nell’America del Nord, aveva contribuito a salvarle ben più che a condannarle consentendo di spostare oltre confine a costi vantaggiosi produzioni altrimenti in crisi.
A ben guardare si era spesso trattato, anche allora, di promesse che rispolveravano precedenti annunci. Ma adesso, a strappare il velo, arrivano esplicite retromarce: sia Ford che General Motors hanno messo in cantiere l’eliminazione di migliaia di posti di lavoro, tagli di gran lunga superiori ai nuovi posti che erano stati offerti a Trump in omaggio ai suoi slogan di America First e Buy American.

«È in atto un gioco di equilbri. È in arrivo una contrazione della domanda e l’amministrazione spinge sull’occupazione. Qualcuno deve rimetterci», ha riassunto Jeff Schuster, analista di LMC Automotive. L’occupazione nell’auto era già aumentata molto a fianco di una domanda che l’anno scorso ha raggiunto il picco 17,5 milioni di veicoli venduti. Le catene di montaggio a dicembre erano le più affollate dal 2010, con 211mila lavoratori. I ranghi manifatturieri nell’auto, inclusa la componentistica, sono aumentati del 50% dalla crisi del 2009 a 945mila addetti. Gm impiega 105mila dipendenti rispetto ai 77mila di sette anni or sono.

Ora, tra pronostici della prima contrazione in un decennio, è il momento delle riduzioni, sfruttando anche gli ultimi contratti sindacali del 2015 che hanno diminuito ancora le protezioni dai licenziamenti e i loro costi. Gm ha preparato oltre quattromila tagli in risposta al calo sofferto da marchi quali Chevrolet e Cadillac. Ne aveva promessi a Trump 1.500 di nuovi frutto di un investimento da un miliardo. E Rbc Capital stima che cali del 20% delle vendite negli Stati Uniti si tradurrebbero per l’azienda nella necessità di ulteriori risparmi proprio da un miliardo nel costo del lavoro. Sommati al nuovo piano di tagli di Ford, le mosse di Gm fanno lievitare le riduzioni in arrivo a breve dai due maggiori gruppi automobilistici americani a quasi seimila posti di lavoro. E anche per Ford potrebbe non essere finita: è nel mezzo di una strategia di risparmi da 3 miliardi che però fatica a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Wall Street è l’altra strada sempre più in salita. I titoli di Ford sono in ribasso del 40% da quando nel 2014 Mark Fields è diventato amministratore delegato. E quello di Gm, guidata da Mary Barra, è inchiodato vicino ai livelli del suo ritorno in Borsa nel 2010 dall’amministrazione controllata. Il colpo finale è arrivato quando gli investitori hanno spinto Tesla davanti a Ford e Gm nella market cap. Tesla è il leader nell’auto elettrica, impegnata anche nelle vetture self driving, simbolo della rivoluzione nel settore per crescere in futuro
Sono così i vertici dei protagonisti dell’auto, sotto pressione, ad avanzare adesso semmai richieste urgenti a Trump: aspettano sgravi fiscali per il business, accelerazioni nella deregulation, flessibilità nelle normative ambientali e sulle emissioni. Riforme controverse. E non necessariamente più lungimiranti degli slogan di America First: non basteranno a risolvere la sfida di un vero e sostenibile rilancio manifatturiero, fatto di iniziative meno facili quali innovazione di successo, qualità e riqualificazione dei lavoratori.

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