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Trump in Arabia Saudita: in agenda business e «Nato araba»

la visita a riad

Trump in Arabia Saudita: in agenda business e «Nato araba»

Difficile pensare a una coincidenza. L’importante visita che il presidente americano farà a Riad per partecipare al summit arabo-americano (20-21 maggio) è iniziata oggi, proprio nel giorno in cui, sull’altra sponda del Golfo, si svolgevano le elezioni presidenziali in Iran.

In questo vertice a cui accorreranno 37 capi di Stato e almeno sei premier di Paesi musulmani, Donald Trump dovrebbe ufficializzare il sostegno degli Stati Uniti a un piano che gli ayatollah vedono come il fumo negli occhi: la formazione di una “Nato araba” guidata da Riad a cui potrebbero aderire – si augurano i sauditi- 32 Paesi. Di certo i più interessati sono Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. Loro fanno già parte di una coalizione militare guidata da Riad in Yemen. Trump non sembra curarsene. E domani, il giorno prima del suo attesissimo discorso sull’Islam, ne approfitterà per cercare di firmare remunerativi accordi economici bilaterali, tra cui un contratto di fornitura di armi ai sauditi per 110 miliardi di dollari.

Con questa visita Trump sceglie la sua strategia in Medio Oriente; portare dalla sua parte le ricche monarchie sunnite del Golfo e mettere nell’angolo l’Iran, Paese verso cui ha sempre nutrito un'accesa diffidenza. Si sancisce così un altro punto di rottura tra l’Amministrazione Trump e quella del suo predecessore. Proprio durante la presidenza di Barack Obama le relazioni tra Stati Uniti ed Arabia avevano toccato il fondo, con duri scontri diplomatici quando gli Stati Uniti, nel settembre del 2013, rinunciarono all’ultimo momento a un raid contro il regime siriano, accusato di aver usato armi chimiche, e firmarono due anni dopo un accordo sul nucleare con l’Iran. Per l’Arabia, roccaforte sunnita e rivale storico dell'Iran sciita, si era trattato di un vero tradimento, perpetrato da uno storico alleato.

L’idea saudita di costruire un’alleanza sull’impronta della Natonon è una novità. Gli Stati Uniti, però, avevano preferito non sbilanciarsi . Ora Trump vuole correre ai ripari e tappare le falle aperte durante le prime settimane della sua presidenza. La sua visita a Riad costituirà l’opportunità – così sperano i suoi consiglieri - per provare a superare le accuse di islamofobia che gli sono piovute addosso dopo le sue poco diplomatiche dichiarazioni e dopo il controverso embargo che vietava i visti di ingresso negli Stati Uniti per i cittadini di sette Paesi arabi (ridotti poi a sei) perché a rischio terroristico. Lista da cui però è stata esclusa l’Arabia Saudita, i cui estremisti negli ultimi 20 anni hanno costituito l’ossatura delle più feroci organizzazioni terroristiche islamiche, da al-Qaeda all’Isis.

C’è molto attesa per il discorso di domenica sull’Islam. Trump ha reso noti i contenuti: «Iniziare a costruire una nuova collaborazione e sostegno con i nostri alleati musulmani per combattere l’estremismo, il terrorismo e la violenza ed accettare un più giusto e fiducioso futuro per i giovani musulmani nei loro Paesi».

Sull’onda dell'euforia i sauditi ripongono grandi aspettative. Tanto da aver costruito un sito molto curato la cui pagina di apertura è eloquente: “Summit arabo islamico-americano. Un summit storico, un futuro più luminoso”. Non si parlerà tuttavia solo di politica e di lotta al terrorismo. Trump vuole approfittarne del vertice per trarre dei vantaggi economici. Se tutto procederà nella direzione auspicata dalla Casa Bianca, i vantaggi per gli Stati Uniti non saranno irrilevanti. Innanzitutto l’onere economico-militare si sposterà sui Paesi alleati, disimpegnando in parte le forze armate degli Stati Uniti. Gli Usa saranno quindi meno coinvolti. Spenderanno dunque meno, e guadagneranno di più. I ricchi alleati del Golfo devono armarsi, e presumibilmente, se verrà formalizzato un sostegno alla “Nato araba”, è plausibile che accrescano i loro contratti di fornitura di armi dagli Usa.

Il pacchetto, che prevede la consegna di aerei militari, navi, e sistemi missilistici, dovrebbe essere finalizzato oggi, anche se in parte era stato autorizzato dall’Amministrazione di Obama. Il valore si aggira tra i 110 e i 128 miliardi di dollari. Armamenti che verranno utilizzati anche e soprattutto nella campagna militare in Yemen. Dove i risultati sono stati deludenti -i ribelli alleati dell’Iran, gli Huoti, sono ancora molto forti - mentre il bilancio delle vittime civili - i danni collaterali dei bombardamenti - è drammatico.

Domenica Trump parlerà al mondo musulmano di tolleranza tra i popoli, di rispetto per le religioni e di pace. Forse non sarebbe la sede opportuna, né il giorno, per firmare contratti di armi. Ma nella dottrina trumpiana - “America First” - il business sembra prevalere su tutto.

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