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Da estremisti ad alleati, Trump corteggia i sauditi

la visita a riad

Da estremisti ad alleati, Trump corteggia i sauditi

I sauditi fremono. Quasi avessero dimenticato che il presidente americano Donald Trump, atteso oggi a Riad per un vertice storico, è lo stesso uomo la cui accesa campagna elettorale è stata punteggiata da pregiudizi e critiche durissime proprio verso l’Arabia Saudita.

Poco importa. Per celebrare al meglio l’evento, la monarchia di Riad ha fatto le cose in grande. Bandiere americane ovunque, tappeti rossi, eventi sfarzosi, concerti di rock star internazionali, in un Paese dove la musica in pubblico era bandita fino a poco fa. È stato creato anche un sito web molto curato, in cui la pagina di apertura riporta uno slogan che la dice lunga sulle aspettative della monarchia saudita: «Il summit arabo islamico-americano. Un summit storico, un futuro più luminoso».

Con questa fastosa conferenza, a cui parteciperanno 37 capi di Stato e almeno sei ministri di Paesi musulmani, Riad vuole ribadire al mondo il ruolo di potenza regionale del Golfo. Con buona pace dell’Iran, il suo rivale storico, dove proprio oggi si tengono le elezioni presidenziali.

Domenica Donald Trump, dall’alto di un podio, dovrebbe fare l’atteso discorso sull'Islam. Ma cosa ci si può attendere da un presidente che solo pochi mesi fa ha emesso un controverso embargo sui visti per tutti i cittadini di sette Paesi arabi (poi ridotti a sei) perché a rischio terrorismo?

Non è un caso se nella lista di Trump non figurava l’Arabia Saudita, i cui estremisti, tuttavia, da decenni rappresentano la spina dorsale di molte organizzazioni terroristiche, da al-Qaeda fino all’Isis. Un Paese che ha peraltro finanziato milizie salafite nel conflitto siriano e che ospita predicatori ed organizzazioni di carità con pericolose relazioni.

E cosa ci si può attendere, quando l'atteso discorso sarebbe stato scritto da Stephen Miller, il consigliere della Casa Bianca noto per le sue idee nazionaliste e accusato da diversi media americani di islamofobia.

Insomma sembra che questo discorso, probabilmente ispirato ai principi della tolleranza, della pace tra i popoli e di un islam moderato (in un Paese wahabita, certo non noto per adottare un Islam moderato) sia stato concepito anche per tappare le falle aperte durante la campagna elettorale e le prime settimane del suo mandato.

I pregiudizi trumpiani verso il mondo islamico, e nella fattispecie verso l’Arabia Sadita, hanno causato non poco imbarazzo nel mondo della diplomazia. Frasi del tipo: «L’Arabia tratta le donne come schiave e uccide gli omosessuali». (giugno 2016). Oppure: «Chi ha fatto esplodere le torri gemelle? Non sono stati gli iracheni. Sono stati i sauditi. Date uno sguardo all'Arabia Saudita. Aprite i documenti». (17 febbraio 2016) . O, solo due mesi fa, quando si era già insediato alla Casa Bianca. «Francamente parlando, l’Arabia Saudita non ci ha trattato in modo corretto. Abbiamo perso una quantità enorme di soldi per difenderla».

Trump non è certo popolare tra il mondo arabo. Men che meno tra le giovani generazioni a cui vorrebbe rivolgere un augurio particolare. In un recente sondaggio è risultato che l’84% dei giovani sauditi, dunque quasi nove su dieci, ritengono che il presidente americano sia anti-islamico. Illudersi che un discorso, presumibilmente pregno di retorica, cambi il loro modo di vedere le cose sarebbe ingenuo.

In questi giovani sauditi, ma anche milioni di altri giovani musulmani, non può non sorgere un dubbio. Perché in questo summit dove un presidente americano parlerà probabilmente di pace e tolleranza, di rispetto verso le religioni e di nuove relazioni tra mondo occidentale e mondo islamico, gli Stati Uniti firmeranno accordi da oltre 100 miliardi di dollari proprio per vendere armi.

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