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Iran al voto, il passato che ritorna

repubblica islamica al bivio

Iran al voto, il passato che ritorna

(Epa)
(Epa)

L'appuntamento con Neda è davanti alla Hosseinieh Ershad dove già dalla mattina ci sono lunghe code per votare. Teheran Nord, quella della ricca e media borghesia iraniana, è in fila per appoggiare Hassan Rohani il presidente uscente, capo del governo che ha negoziato con la comunità internazionale l'accordo sul nucleare del 2015. Il suo concorrente, l'ultra-conservatore Ebrahim Raisi, raccoglie più consensi tra gli strati popolari di Teheran Sud.
Ma proprio qui, parlando con Neda, riaffiora in questo voto per le presidenziali una parte della storia della rivoluzione del ‘79, antiche ferite che sono ben presenti e condizionano ancora la vita politica della repubblica islamica.

Il luogo è altamente simbolico: in questo istituto religioso di Teheran, braccato dalla polizia dello Shah, si rifugiava Alì Shariati, morto nel '77, prima della rivoluzione, che con la sua interpretazione marxista dell'Islam fu l'ideologo più influente della sua epoca e l'inventore dello “sciismo rosso”. Per lui la storia degli sciiti, con il martirio di Hussein a Kerbala nel 680, ucciso dai califfi sunniti, non era altro che la dialettica della lotta di classe, destinata a culminare nella rivoluzione. Delle idee di Shariati e degli slogan sulla rivolta degli oppressi si impossessarono la leadership religiosa e l'Imam Khomeini, che però legittimarono il loro potere con il millenarismo sciita. Khomeini fu abile a trasformare la caduta dello Shah, alla quale parteciparono nazionalisti, liberali, comunisti e gruppi di sinistra, nella rivoluzione dei turbanti.

I passaggi tragici di una rivoluzione
La storia dell'Iran in questi decenni ha avuto tanti passaggi tragici. L'attacco di Saddam Hussein nel 1980 portò a una guerra lunga otto anni con un milione di morti, il primo grande conflitto contemporaneo tra sciiti e sunniti. Ma non fu

quella la fine del sacrificio. Prima caddero le teste di liberali e nazionalisti come Mehdi Barzagan, che nel '95 ebbe il suo funerale proprio qui alla Hosseinieh Ershad, dopo venne l'eliminazione del partito comunista Tudeh (un milione di iscritti), dei Mojaheddin e dei Fedayn del Popolo. E verso la fine del conflitto con l'Iraq cominciarono altri regolamenti di conti.
La rivoluzione stava divorando i suoi figli.

«Vorrei un Repubblica senza più aggettivi»
Neda, 37 anni, architetto, cerca di spiegarmi perché vota Rohani. Prima il suo discorso è razionale: «Rohani ha aperto il Paese al mondo, ha attirato gli investimenti stranieri anche se non sono state tolte le sanzioni creditizie e finanziarie, ha consentito all'Iran di uscire dall'isolamento in cui l'aveva messo il suo predecessore Ahmadinejad». A questo Neda aggiunge anche una speranza per il futuro: «Vogliamo vivere in pace e prosperità. Molti di quelli che votano Rohani puntano anche a un cambiamento della repubblica islamica, magari in una repubblica senza più aggettivi».

Poi il racconto di Neda si fa più profondo e personale. «Non potrei mai votare Ebrahim Raisi», afferma con un tono deciso ed emozionato. Nel 1988 Raisi, a 28 anni, faceva parte di una commissione di quattro membri, più tardi conosciuta come il «comitato della morte», che approvò l'esecuzione di massa di migliaia di prigionieri politici, si stima tra 5-7mila condannati a morte che in gran parte si trovavano già in carcere i attesa della sentenza. «Tra di loro - racconta Neda - c'era anche nostro cugino Parvis Elai, aveva 36 anni e per lui non ci fu nulla da fare».

Una frase rimasta nella storia
La storia me l'aveva raccontata qualche anno fa il grande ayatollah Alì Montazeri, ora defunto, nel suo ufficio di Qom, il Vaticano dello sciismo. Nel 1988 Montazeri era il delfino designato da Khomeini a succedergli nella carica di

Guida Suprema, massima istanza della repubblica islamica. Ma si oppose al «comitato della morte» con un frase rimasta famosa: «Questo è il più grande crimine che sta commettendo la repubblica islamica dal 1979, la storia ci condannerà e voi verrete bollati come criminali». Qualche mese fa, prima delle elezioni e della candidatura di Raisi, il figlio dell'ayatollah Montazeri, Ahmad, ha reso pubblica una registrazione di quella conversazione riportando alla luce le esecuzioni di massa dell'88. E ora la questione è tornata con la candidatura di Raisi una degli argomenti più aspri e dibattuti della campagna elettorale. Anche qui tra le gente in fila per il voto nella storica Hossinieh Ershad. Ma Neda ha già messo la sua scheda nell'urna e non deve spiegazioni a nessuno.

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