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Che cosa succede se gli Stati Uniti abbandonano l’accordo sul clima

LE CONSEGUENZE

Che cosa succede se gli Stati Uniti abbandonano l’accordo sul clima

Epa
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Fuori dall’Accordo di Parigi sul clima. Potrebbe essere questa la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Non c’è ancora la conferma ufficiale. La decisione, quando sarà formalizzata, sarà del tutto allineata con quelle dei suoi predecessori: gli Stati Uniti non hanno mai portato a ratificare alcun accordo climatico. Non Barack Obama in due mandati presidenziali, non George Bush, non Bill Clinton il cui Senato bocciò la ratifica del Protocollo di Kyoto da lui firmato. La prevedibile decisione di Trump spinge la Cina ad avvicinarsi all’Europa in una politica climatica condivisa, lasciando gli Usa in un dorato isolamento politico.

L’annuncio su twitter
Oggi il presidente Trump ha annunciato una decisione imminente tramite il suo principale mezzi di comunicazione diretta, la rete sociale di Twitter. «Annuncerò la mia decisione sull’Accordo di Parigi nei prossimi giorni. Rendere di nuovo grande l’America».

I dettagli sull’uscita dall’Accordo di Parigi saranno curati da un ristretto numero di persone, tra cui Scott Pruitt, l’amministratore dell’Epa, l’agenzia di protezione ambientale che corrisponde al ministero dell’Ambiente. Nella sostanza, però, le politiche climatiche degli Usa continuerebbero ad essere abbastanza allineate con quelle di Obama e predecessori: il clima del globo è importante ma deve essere difeso con strumenti nazionali, non con accordi multilaterali come quello dell’Onu.

Come nasce l’accordo di Parigi
L’Accordo di Parigi fu firmato nel dicembre 2015 al termine di una conferenza dell’Onu, la Cop21. L’intesa sul clima aveva condiviso tra tutti i Paesi l’obiettivo di impedire il riscaldamento dell’atmosfera. Secondo le nuove rilevazioni, nell’aria l’anidride carbonica è arrivata allo 0,04% (in aprile era stimata allo 0,04091%) contro lo 0,031 degli anni ’70. L’anidride carbonica, cioè la CO2, produce l’effetto serra, cioè trattiene nell’aria una parte del calore irraggiato dal sole. L’anidride carbonica viene prodotta dai processi di combustione naturale (eruzioni, incendi di foreste), biologica (la respirazione di animali e piante) e artificiale (ciminiere, motori e così via).

«Dal 2013 al 2016, 18 Regioni sono state colpite da 102 eventi estremi che hanno provocato alluvioni o fenomeni franosi; sono stati dichiarati aperti 56 stati di emergenza nei diversi territori colpiti. È stato così possibile fare un censimento dei danni provocati da frane e alluvioni e la stima del fabbisogno necessario per fronteggiare l'emergenza: di fronte ad un danneggiamento accertato di circa
7,6 miliardi di euro, lo Stato ha risposto stanziando il 10%, 738 milioni di euro, erogandone fino a oggi circa 618 milioni». È il calcolo degli impatti del maltempo sul dissesto idrogeologico che viene riportato nel rapporto «Le città alla sfida del clima» di Legambiente presentato oggi.

Le strategie nazionali
A parole l’ex presidente Barack Obama, che di recente a Milano ha tenuto un intervento appassionato, è un sostenitore convinto delle politiche a tutela del clima. Nei fatti però né Obama né Clinton nel ’99 hanno mai portato a compimento le intese approvate dal resto del mondo. Hanno scelto tutti una strada diversa, appunto la via nazionale. Le strategie Usa per combattere le emissioni ci sono, hanno un peso importante, ma si fermano ai confini nazionali e si basano sugli aspetti economici e applicativi - basti vedere come Google investa nelle fonti rinnovabili di energia o come l’auto elettrica sia una moda fortissima in California - senza darsi princìpi di fratellanza universale su cui fondano gli accordi europei e dell’Onu. Per esempio Obama per spingere una politica climatica ha indebolito il ruolo del carbone e promosso il ricorso al metano di produzione nazionale (lo shale gas) intervenendo sulle normative tecniche dell’agenzia ambientale Epa. E ancora sull’Epa è intervenuto anche Trump.

Il ruolo di Tillerson
Il segretario di Stato di Donald Trump è Rex Tillerson, il quale fino a pochi mesi fa era a capo della compagnia petrolifera Exxon Mobil. Al lettore disattento ciò può far pensare che la politica energetica statunitense sia fortemente petrolifera. Invece non è vero. Tillerson è un sostenitore convinto delle politiche climatiche, un ecologista convinto, ma esige politiche climatiche basate sui fatti, sulle scelte del mercato, sulle azioni virtuose compiute dai consumatori e dagli azionisti. È Tillerson uno dei promotori di una carbon tax che, adottata in modo uniforme in tutti i Paesi, potrebbe annullare i divari di competitività creati dalle politiche climatiche. Gli Usa non vogliono che le decisioni sul clima, cioè sulla disponibilità di energia, cioè sulla crescita economica, siano usate come leva commerciale per creare disparità sui mercati. L'obiettivo è armonizzare Paesi tartassati con quelli che non vogliono mettere freni alla loro crescita economica.
La prima preoccupazione dell’amministrazione Usa guidata da Trump, ma questa era la prima preoccupazione anche dell’amministrazione Obama, era evitare che la Cina usasse il tema dell’energia e del clima per fare concorrenza sui mercati.

Il quadro globale
È difficile applicare un accordo globale per ridurre i combustibili fossili di fronte alla forte crescita dell’India, crescita che sarà sostenuta nei prossimi 25 anni da un ricorso quadruplo all’uso del carbone. Si scoprono giacimenti importanti in Paesi finora esclusi dalla ricchezza, e Mozambico, Costa d'Avorio, Angola, Sudan, Malesia, Brasile, Iran e Iraq vogliono poter godere la crescita assicurata loro dalle nuove riserve. Sarà possibile applicare politiche climatiche contro i combustibili con il consenso di Arabia, Russia, Emirati, Azerbaigian, Algeria, Nigeria? Come consentire al Venezuela di uscire dal disastro sociale, politico ed economico senza consentire al Paese di attingere ai suoi giacimenti?

Cina più verde
E soprattutto pesa la Cina, che nelle politiche climatiche si sta avvicinando all’Europa. La Cina, con un Pil pro capite inferiore di 5 volte a quello Usa e di 3,5 volte a quello tedesco, ha investito nel 2015 il doppio degli Usa nelle tecnologie pulite (110 miliardi di dollari contro i 56 degli Stati Uniti) e ha raggiunto un tasso
di “decarbonizzazione” del 4%, il doppio dei paesi G7. La Cina vuole essere nello stesso tempo la locomotiva dell’economia mondiale e la locomotiva della decarbonizzazione. Non a caso oggi il commissario Ue Miguel Arias Cañete con un tweet ha parlato di vicinanza climatica fra l’Europa e Pechino. «Il mondo può contare sull’Europa», ha scritto.

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