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Contro la bassa inflazione la Bce spera nella crescita

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Politica monetaria

Contro la bassa inflazione la Bce spera nella crescita

Un atto di fede. La Banca centrale europea non vede alcun segnale di ripresa dell’inflazione ma - nonostante questo - fa un altro piccolo passo verso la normalizzazione del suo orientamento di politica monetaria. Convinta - come lo era la Federal reserve - che una crescita sempre più robusta in Eurolandia si tradurrà presto in un aumento dei prezzi.

Verso la normalità
La marcia verso la normalità ha quindi fatto un nuovo passo: dopo la riduzione degli acquisti dagli 80 ai 60 miliardi al mese, dopo la fine delle operazioni di liquidità a lungo termine (le Tltro), dopo le piccole variazioni nella comunicazione, in questa occasione è stata eliminata l’attesa - il presidente Mario Draghi ha insistito su questo punto: si tratta di aspettative - che i tassi possano anche calare.

Rischi di deflazione scomparsi
Non è un cambiamento che va troppo enfatizzato. Non modifica - come ha spiegato lo stesso presidente - la “funzione di risposta” della Bce, il modo con cui reagisce agli eventi. Se le condizioni dovessero bruscamente cambiare, in peggio, la banca centrale mantiene libere le mani. Sono invece cambiate le aspettative dei governatori, e per un solo motivo: i rischi di deflazione sono «definitivamente scomparsi». Non c’è ragione di immaginare un costo del credito ulteriormente più basso.

Ripresa sempre più robusta
L’altra innovazione, quella sui rischi ormai «bilanciati» riguarda solo la crescita: la ripresa diventa sempre più robusta - almeno fuori dell’Italia - e non c’è più bisogno di enfatizzare troppo i rischi di un raffreddamento dell’attività economica, tutti legati peraltro alle condizioni dell’economia globale. Le previsioni di crescita sono state così migliorate rispetto a marzo: 1,9% quest’anno, 1,8% nel 2018, 1,7% nel 2019.

Inflazione insoddisfacente
L’inflazione, invece, manca all’appello. Le proiezioni ora prevedono che possa raggiungere l’1,6% medio annuo nel 2019. Se l’1,7% stimato a marzo era considerato «insoddisfacente» dal presidente della Bce, è evidente che la politica monetaria è ancora lontana dal suo obiettivo. Nulla lascia pensare, però, che lo stimolo monetario possa essere aumentato. È rimasta, nel comunicato, l’indicazione che gli acquisti di titoli potranno diventare più intensi, nell’ammontare e nella durata (e questa, ha spiegato Draghi, è parte della “funzione di risposta”); non si è discusso di tapering, la riduzione degli acquisti dopo dicembre, si è solo accennato all’apertura di un dibattito sul quantitative easing; ma null’altro.

Stimolo monetario ancora necessario
Il presidente ha preferito piuttosto tranquillizzare sul fatto che, anche dopo la fine del quantitative easing, la Bce «resterà sul mercato per un periodo lungo», attraverso il reinvestimento dei titoli rimborsati. Più in generale, è stata ripetuta ancora una volta, l’indicazione che un notevole stimolo monetario «è ancora necessario perché si creino pressioni all’inflazione sottostante», quella non direttamente toccata dai rialzi del petrolio o degli alimentari.

Non c’è un contraddizione tra l’idea che mancano pressioni al rialzo dell’inflazione e i piccoli passi verso la normalizzazione? Non necessariamente: il quantitative easing, come in passato le Tltro, ha la funzione di spingere il credito, mentre i tassi resteranno bassi, e negativi, per un lungo periodo dopo la fine degli acquisti di titoli.

“Se c’è una forte conferma statistica, in Eurolandia, del legame tra la crescita dell’economia e il calo della disoccupazione, non si può dire altrettanto sull’ipotesi che la diminuzione dei senza lavoro si possa trasformare in un’accelerazione dei prezzi”

 

La ripresa si trasformerà in inflazione?
Nonostante questo colpisce l’atto di fede della Bce che, come altre banche centrali - la Fed per esempio - ritiene che la crescita si trasformerà in prezzi più alti. Qualcosa, nel “modello” usato dalla Banca centrale, manca ancora: l’aumento dei salari nominali. Si muovono ancora lentamente, per esempio perché le contrattazioni salariali guardano a un passato di bassa inflazione; ma anche perché i molti posti di lavoro che sono stati creati sono, ha detto Draghi, «di bassa qualità»: contratti a termine, part time, accettati dai lavoratori per ragioni economiche e non per una scelta di vita.

Dietro questo atto di fede ci sono in realtà consolidati modelli economici. Se però c’è una forte conferma statistica, in Eurolandia, del legame tra la crescita dell’economia e il calo della disoccupazione, non si può dire altrettanto sull’ipotesi che la diminuzione dei senza lavoro si possa trasformare in un’accelerazione dei prezzi.

«Pazienti, fiduciosi, costanti»
Il presidente Draghi ha notato in realtà due segni di miglioramento: lo scomparire del rischio di deflazione, ma anche la riduzione dell’incertezza nelle previsioni sull’inflazione. Evidentemente intravvede in questi elementi i primi elementi per costruire una tendenza all’accelerazione dei prezzi. Per il resto, ha riassunto Draghi, bisogna essere «pazienti», «fiduciosi», «costanti». Se non è un atto di fede, gli somiglia molto.

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