Mondo

Se l’Europa sceglierà la strada del realismo

L'Editoriale|bruxelles e brexit

Se l’Europa sceglierà la strada del realismo

Dovevano suonare la fanfara a un nuovo Governo conservatore inattaccabile in parlamento, guidato da un super-primo ministro, Theresa May, che pensava di essere la reincarnazione di Margaret Thatcher, la signora di ferro che non esitò a prendere in ostaggio l’Europa per anni in difesa dei suoi interessi contabili ma mai sognò Brexit: ottenuta soddisfazione, si battè invece per costruire dall’interno l’Unione a immagine e somiglianza dei suoi interessi, soprattutto quelli da accasare nel mercato unico agli esordi.

Le elezioni dell’altro ieri si sono rivelate un flop clamoroso, la scommessa sbagliata che ha atterrato i suoi autori e, invece di dare più stabilità e forza negoziale al regno, rischiano di sprofondarlo nel caos e nell’incertezza.

La maledizione di giugno ha colpito ancora la Gran Bretagna e l’Europa. Come l’anno scorso il referendum su Brexit regalò un successo insperato ai suoi promotori e una rovinosa sconfitta all’allora premier David Cameron, così oggi il Paese ha preso di nuovo in contropiede la classe politica.

Voleva liberarsi dell’ala dura Tory per negoziare a mani libere con Bruxelles la sua hard Brexit: la May ha ottenuto il risultato opposto e paradossale di riuscirci perdendo la maggioranza parlamentare, perché sorda al nuovo mood britannico che a parole continua a difendere il divorzio europeo ma a fatti lo vuole sempre più soft, il più vicino possibile a un inconfessabile voglia di simil-Remain.

L’Europa incassa un doppio pugno nello stomaco che rischia, se non di stravolgere, di sicuro di ritardare tutti i suoi piani di auto-ricostruzione a 27 o giù di lì.

Aveva reagito al primo colpo con stupefatta incredulità, quindi disposta a tutto pur di ricucire lo strappo, come era regolarmente avvenuto in passato con altre lacerazioni referendarie in Danimarca, Irlanda, Francia e Olanda. La Germania di Angela Merkel si era esposta in prima linea nell’ansia di mediare un compromesso con un partner ritenuto essenziale negli equilibri del club.

Londra ci ha messo 9 mesi per elaborare la sua posizione negoziale e avviare formalmente a fine marzo la pratica di divorzio. Fatto il suo bagno di realtà, constatata l’irrevocabilità della scelta, l’Europa da morbida è diventata intransigente in blocco, come raramente le accade: al «Brexit is Brexit» della May ora ribatte «Europe is Europe».

Ma il nuovo colpo di scena rischia di costringerla a un nuovo rimescolamento di carte. Tutto era pronto per avviare la trattativa il 19 giugno e chiuderla, secondo Trattato, entro fine marzo 2019. Pronta la linea negoziale dei 27 in spirito di coerenza, rapidità e, soprattutto, stabilità europea.

Tre requisiti essenziali per impedire che la secessione britannica diventi la prima di una serie e usarla, invece, come detonatore ricostruttivo dell’unità europea. Per questo l’idea è far coincidere il biennio scarso di negoziati con Londra con il contestuale rilancio dell’Europa, una serie di riforme strutturali e istituzionali per compattare l’eurozona, creare eurodifesa e politica dell’immigrazione comune secondo un modello a più velocità e sostanze di integrazione.

A questo punto la gracilità del nuovo Governo britannico, la possibilità di nuove elezioni o referendum potrebbero non solo far saltare il calendario ma proiettare in campo europeo le stesse incertezze, alimentando divisioni e complicando la dinamica negoziale su entrambi i fronti.

Anche se tuttora nell’Unione diventata dura e intransigente un divorzio amichevole sarebbe preferibile a una rottura traumatica, perché il Regno Unito è un grande Paese, una grande cultura europea, una grande industria finanziaria e militare, il gioco delle eventuali concessioni in un negoziato meno incattivito e impegnato a creare ponti invece di fossati potrebbe scatenare altri appetiti, la rincorsa delle rivendicazioni in libertà, in definitiva stimolare e approfondire la disunione invece di promuovere una nuova unione più forte e credibile.

È vero che con un certo cinismo si potrebbe anche affermare il contrario: anche in versione soft, la secessione britannica potrebbe essere funzionale e avere effetti positivi sui nuovi disegni europei. Come? Accelerando la spontanea selezione naturale tra partner e partnership, dando vita a un processo darwiniano che faciliterebbe il battesimo dell’Europa multi-speed, necessaria per eliminare l’eccesso di contraddizioni interne che si porta dietro l’attuale Unione a 27-28.

Sarebbe la fine dei mugugni nazionalistici, delle polemiche sulle marginalizzazioni vere o presunte a opera di direttorii e coalizioni ad escludendum. Sia pure involontariamente il Regno Unito darebbe così il suo contributo fattuale alla ricostruzione del continente.

Di sicuro l’Europa vuole fare presto, teme i temporeggiamenti, incerti e confusione negoziale britannica: forse perché conosce fin troppo bene la propria, tollera male le repliche altrui. «Non c’è tempo da perdere» ha mandato a dire ieri Berlino. Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron vorrebbero mettersi quanto prima al lavoro per rifare l’Europa e certo non gradiscono la zeppa britannica che, in un modo o nell’altro, continua a ostacolare il grande gioco.

Passato il nervosismo di queste ore, metabolizzato il nuovo elettroshock, forse si scoprirà che la risposta migliore al neo-pragmatismo britannico, che si riaffaccia depurato delle pulsioni sovraniste e populiste alla confusa ricerca di una secessione addomesticata anzi europeizzata al massimo, è una dose simmetrica di realismo. Il rientro mascherato all’ovile di Londra val bene qualche concessione. L’Europa a più velocità lo consente: è fatta apposta per coniugare insieme le convenienze di tutti. Anche le più assurde e laceranti.

© Riproduzione riservata