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Nell’era Trump c’è bisogno di un nuovo G20, al via…

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Nell’era Trump c’è bisogno di un nuovo G20, al via progetto di riforma

(Ansa/Ap)
(Ansa/Ap)

FRANCOFORTE - L’ordine economico multilaterale traballa, sotto i colpi dell’amministrazione Trump. Il G20 prova a puntellarlo, con aiuto di un gruppo di “saggi” dell’economia e della finanza internazionale, che nel giro di poco più di un anno dovranno presentare ai ministri finanziari e ai governatori un pacchetto di raccomandazioni pratiche sulla governance globale, oggi messa in discussione. Il nuovo Governo americano ha ribaltato le posizioni tenute dagli Stati Uniti negli ultimi settant’anni e fin dalle prime riunioni del G20 e del G7 cui ha partecipato nelle ultime settimane si è trovato in netto contrasto non solo con l’atteggiamento tradizionale di Washington, ma anche con i maggiori partner.
Ha preso allora l’iniziativa la presidenza tedesca del G20, spalleggiata dagli altri europei e dalla Cina, preoccupati dalle conseguenze che possono avere sulla crescita e sulla stabilità finanziaria le prese di posizioni unilaterali da parte americana.

«Un’economia globale multipolare e interconnessa richiede una governance globale efficace», dice una nota della presidenza tedesca del G20. Il gruppo di esperti ad alto livello, presieduto dal vice primo ministro di Singapore, Tharman Shanmugaratnam, si è già riunito alla fine della scorsa settimana a Londra e presenterà le prime indicazioni sul proprio lavoro già al G20 di autunno a Washington. Ne fanno parte ex ministri e banchieri centrali come Jean-Claude Trichet, Raghuram Rajan, Otmar Issing e Fabrizio Saccomanni. Le raccomandazioni finali arriveranno nell’autunno del 2018.

In un’economia mondiale in grande evoluzione strutturale, con il peso maggiore che si sposta verso Cina e India, e sfide globali di lungo periodo, come demografia, tecnologia e immigrazione, gli esperti del G20 cercheranno di formulare risposte sull’adeguatezza del sistema monetario e finanziario internazionale e su come riformarne la governance. L’architettura attuale, che ruota attorno a Fondo monetario, Banca mondiale e banche regionali di sviluppo, si sta rivelando non molto efficiente nel rispondere a queste sfide, spesso con duplicazioni di compiti, e a volte incapace di mobilitare le risorse necessarie, per esempio in campo infrastrutturale, che richiedono un maggior coinvolgimento del settore privato.

La lentezza nel riformare il sistema delle quote dell’Fmi e dare maggior peso alle grandi economie emergenti, per esempio, ha creato lo spazio per istituzioni concorrenti, come la banca dei Brics e la banca per le infrastrutture creata dalla Cina. «Un tema fondamentale – dice l’ex ministro dell’Economia ed ex direttore generale della Banca d’Italia, Saccomanni – è quello della stabilità finanziaria globale, in un sistema sempre più interconnesso. C’è un elemento di forte volatilità dei flussi di capitale, che sono gestiti con diversi gradi di libertà nei Paesi avanzati e nei Paesi emergenti. Le politiche monetarie delle grandi banche centrali inoltre hanno un impatto sempre più globale».

Nella “rete di sicurezza” finanziaria globale il ruolo centrale dell’Fmi andrebbe coordinato con quello degli accordi regionali e gli swap fra banche centrali. «Non deve illudere – sostiene Saccomanni – il fatto che pur fra le molte crisi geopolitiche degli ultimi tempi, da Brexit alle elezioni Usa, al Medio Oriente, i mercati siano rimasti relativamente tranquilli. Questo è vero soprattutto per le Borse, ma molte tensioni si stanno scaricando sui cambi. Bisognerebbe forse pensare all’adozione di una sorta di forward guidance internazionale, come hanno fatto le singole banche centrali, per dare indicazioni di medio periodo che stabilizzino le aspettative dei mercati».

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