Mondo

Il dollaro cade ma recupera dopo la Fed

USA

Il dollaro cade ma recupera dopo la Fed

  • –Andrea Franceschi

La decisione della Fed di alzare il costo del denaro di un quarto di punto era ampiamente attesa dagli investitori. Ma chi sperava che i deludenti dati macroeconomici usciti ieri, su vendite al dettaglio (-0,3% a maggio contro un +0,1% messo in conto dagli analisti) e inflazione (+1,9% contro un 2% atteso dagli analisti), potessero ridimensionarne i piani per il futuro ha dovuto rivedere la propria scommessa. Benchè le statistiche uscite ieri e nelle ultime settimane indichino un quadro non esattamente brillante per l’economia americana la banca centrale non pare orientata a cambiare la propria rotta sulla strada della “normalizzazione”. La Fed anzi ha dato importanti conferme in questo senso mettendo in conto un’altra stretta per quest’anno, ulteriori tre nel 2018 e soprattutto una riduzione, già a partire da quest’anno, del suo bilancio cresciuto fino a 4200 miliardi di dollari per effetto delle politiche di Quantitative easing.

Il movimento del dollaro e dei rendimenti dei titoli di Stato Usa ieri ha fotografato, alla pubblicazione dei dati macro, la scommessa su un “ammorbidimento” delle posizioni Fed. Il tasso dei Treasury a 10 anni è infatti sceso fino al 2,10% (nuovo minimo dall’elezione di Trump) mentre il dollar index (che misura l’andamento della valuta Usa rispetto alle principali controparti) si è riportato sui livelli di ottobre 2016. Questo crollo si è tuttavia parzialmente riassorbito dopo che la Fed ha reso note le proprie decisioni.

Al netto dei movimenti di giornata resta comunque indubbio che l’ottimismo sulle sorti della prima economia americana si siano fortemente ridimensionate a seguito delle ultime rilevazioni macro. Ciò, come abbiamo visto, non ha dissuaso la Fed dal mettere in atto la tanto attesa stretta, ma certamente ha fatto sorgere qualche dubbio tra gli investitori. In molti sono infatti convinti che la Fed non avrà vita facile a mettere in atto i propri propositi. Soprattutto perché le grandi illusioni sul rilancio dell’economia per effetto della «Trumpeconomy» si sono ridimensionate. Secondo Anna Stupnytska, economista di Fidelity «è difficile prevedere cosa possa innescare un rimbalzo significativo della crescita Usa rispetto ai livelli attualmente modesti. Considerando l'alto grado di incertezza che circonda l'agenda di Trump in materia di politica interna, le prospettive di una riforma fiscale e di un aumento della spesa infrastrutturale si sono per il momento indebolite». Se l’elezione di Trump alla Casa Bianca aveva dato un impulso alle aspettative di crescita e inflazione (contesto ideale per una stretta sui tassi) oggi il quadro è ben diverso visto che le difficoltà che il nuovo presidente sta attraversando (si pensi al Russiagate) rischiano di ritardare il tanto atteso rilancio dell’economia a colpi di stimoli fiscali e piani di rilancio infrastrutturali. Per questo, nonostante la Fed si mostri risoluta nel procedere secondo programma, il mercato resta titubante. Questo, per alcuni versi, è positivo dato che un balzo troppo improvviso dei tassi e un eccessivo rafforzamento del dollaro non sono immuni da effetti collaterali.

.@franceschi_and

© RIPRODUZIONE RISERVATA