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Il Russiagate blocca l’agenda economica

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Il Russiagate blocca l’agenda economica

  • –Marco Valsania

new york

È il “ponte delle spie” che minaccia quelli in acciaio e cemento che Donald Trump vorrebbe costruire per far grande l’America. La sua agenda economica è da ieri ostaggio di un “nemico” ben più agguerrito dell’opposizione democratica. Perché Robert Mueller non ascolta partiti o ideologie; segue le tracce del Russiagate, dovunque portino. E oggi conducono alla Casa Bianca: il procuratore speciale ha allargato a Trump le indagini sullo scandalo della possibile collusione elettorale con Mosca di confidenti del Presidente. Con l’ipotesi che, cacciando il direttore dell’Fbi James Comey impegnato a far luce, abbia orchestrato depistaggi e ostruito la giustizia.

Trump ha risposto alla drammatica fuga di notizie sulla pista di Mueller - che interrogherà tutti gli esponenti dell’intelligence - definendola una «caccia alle streghe» fondata su «menzogne» diffuse da «gente pericolosa». Il suo avvocato l’ha denunciata come «illegale». Ma, se è prematuro adombrare l’esito delle indagini, una conclusione è certa: a rischio, da subito, sono le priorità di un esecutivo con credibilità e influenza indebolite. Potrebbero diventare irraggiungibili quelle grandi promesse - accanto a infrastrutture quali i ponti, le rivoluzioni su tasse, budget e sanità - gia’ nell’impasse per inesperienza, impreparazione e battaglie intestine, nello Studio Ovale e tra i repubblicani in Congresso.

L’urgenza di risultati entro l’anno per salvare l’agenda - prima che scatti la corsa alle urne di metà mandato - è tale da aver mobilitato i potenti occulti dell’universo conservatore. I fratelli Koch, anima e portafoglio delle loro cause, hanno riversato milioni di dollari con un obiettivo: far varare dal Parlamento almeno il piano sulle imposte. Di recente l’allarme ha anche riportato Trump sul sentiero della campagna politica: è volato in Ohio per un affannato rally su investimenti nelle vie d’acqua.

Eppure ponti, dighe, autostrade e aeroporti - un impegno da mille miliardi - erano considerate una delle migliori chance di successo e ampliamento della sua coalizione anche ai democratici. Ma una strategia ancora latita e già solleva forti resistenze: dovrebbe prevedere fondi pubblici per 200 miliardi in dieci anni, con il resto da privati. I critici sottolineano che rimane da vedere dove saranno prelevati i soldi federali. E che far troppo leva sui privati limita i progetti a iniziative con immediati profitti.

Sulla finanziaria la Casa Bianca ha delineato una proposta più dettagliata rispetto all’iniziale “skinny budget” che conteneva una sola grande cifra, 54 miliardi in più per il Pentagono. Ha adottato l’obiettivo del pareggio dei conti pubblici in dieci anni. Ma l’ha fatto con impossibili risparmi nel welfare per i poveri, dall’assistenza medica Medicaid (oltre 800 miliardi di tagli) ai buoni pasto. E grazie a irrealistiche previsioni di crescita superiori al 3% (le riforme di Trump, stima il Congresso, potrebbero al massimo aumentarla dal 2% al 2,3%). L’amministrazione si è difesa citando a modello l’economia in boom degli anni Novanta, che vorrebbe imitare con la spinta di deregulation e riduzioni delle tasse.

E la riforma fiscale, a parole, è ambiziosa: Trump l’ha definita senza pari in trent’anni. Sfoltirebbe e ridurrebbe aliquote sui redditi di persone e imprese, ridimensionate al 15% dal 35 per cento. Scatterebbero incentivi al rimpatrio di 2.500 miliardi in profitti che la Corporate America tiene all’estero. Ma ad oggi rimane sulla carta e il nodo sono anche qui le risorse: la Casa Bianca promette «neutralità» nelle entrate, eliminando scappatoie, strada sempre battuta e sempre deludente. Una border tax, un dazio sull’import per rastrellare mille miliardi, divide le imprese ed evoca eccessivo protezionismo.

La deregulation, da parte sua, ha marciato con ordini esecutivi anzitutto sull’ambiente. Una revisione della legge anti-crisi Dodd Frank nella finanza resta però a livello di raccomandazioni.

Sulla sanità la Camera ha approvato un progetto di riforma che sostituisca Obamacare con sussidi e servizi assai contenuti. Peccato che il Congresso riconosca che, se fa risparmiare 133 miliardi in dieci anni, cancellerà però l’assistenza a 24 milioni di persone e penalizzerà anziani, malati e meno abbienti. Trump, dopo averla celebrata, l’ha definita «meschina». Il Senato la sta riscrivendo. Ma il tempo stringe.

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