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Isis, Mosca sferra un colpo mortale

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Isis, Mosca sferra un colpo mortale

Come accadde per Bin Laden anche la caccia al capo del Califfato Abu Bakr Al Baghdadi è costellata da clamorosi annunci e molte smentite. Questa volta sono i russi ad affermare di averlo fatto fuori con un centinaio di terroristi in un raid del 28 maggio alla periferia di Raqqa, la capitale dell’Isis sotto assedio della coalizione curdo-araba sostenuta dagli Stati Uniti. L’annuncio è venuto dal ministero della Difesa russo. Gli americani non confermano mentre il ministro degli Esteri Serghej Lavrov fa sapere che non esiste «certezza al 100 per cento» mentre dal Cremlino non arrivano commenti se non che Putin «riceve regolari aggiornamenti». Secondo fonti siriane Al Baghdadi da diverso tempo non si trovava a Raqqa e sarebbe invece in un’area della provincia di Deyr ez Zhor ai confini con l’Iraq.

Non è certo la prima volta che viene annunciata la sua morte. Già il 10 novembre 2014 il ministero dell’Interno iracheno affermò che era rimasto ferito in un raid iracheno ad Al Qaim, nella provincia di Al Anbar. Il giorno dopo, l’11 novembre, alcuni abitanti di Mosul dichiararono che il capo dell’Isis era invece stato colpito alla testa da un raid Usa ed era morto poche ore dopo. Il Pentagono aveva confermato di avere colpito un convoglio dell’Isis ma senza sapere quale fosse la sorte di Baghdadi. Sei mesi dopo, nell’aprile del 2015, un nuovo annuncio diffuso da media iraniani e iracheni e ripreso dai siti arabi: Baghdadi era morto in un ospedale israeliano sul Golan, al confine con la Siria, dopo essere rimasto ferito in un raid aereo. Furono poi gli iracheni ad annunciare un paio di volte ancora la fine del Califfo e nel giugno 2016 una tv irachena rese noto che Baghdadi era stato ferito in un attacco Usa a Ninive. Ed è solo di pochi giorni fa, l’11 giugno, l’ennesima notizia sulla sua uccisione diffusa dalla tv di Damasco.

Una cosa è certa: Ibrahim al Samarrai, iracheno di 46 anni, la vera identità del “califfo” Baghdadi, è stato visto in pubblico l’ultima volta quando nel luglio 2014 annunciò la nascita del Califfato a Mosul. Quella resta la sua unica testimonianza filmata: Al Baghdadi è ripreso in video nella moschea al Nouri durante la preghiera del venerdì. Nel suo sermone era contenuto l’ordine ai fedeli musulmani di obbedirgli e l’autoproclamazione a “califfo” di un territorio che si estendeva dalla Siria all’Iraq.

Gli americani lo conoscono bene. Ibrahim al Samarrai partecipa all’insurrezione irachena poco dopo l’invasione Usa dell’Iraq nel 2003. Viene arrestato l’anno successivo dagli americani e incarcerato nella prigione di Bucca, al confine con il Kuwait. Un passaggio decisivo nella formazione del futuro leader dell’Isis perché nel gigantesco complesso penitenziario convivono dignitari decaduti del regime baathista di Saddam e personaggi orbitanti attorno alla nebulosa jihadista sunnita. Non a caso la prigione di Bucca si guadagna l’appellativo di “università del jihad”. Arrestato nel gennaio del 2004 Al Baghdadi è liberato misteriosamente il 6 dicembre dello stesso anno: secondo il comandante del carcere, il colonnello King, «non era lui il peggio del peggio».

Ma sarà proprio Baghdadi, ispirato da Abu Musab al-Zarqawi, fondatore di Al Qaeda in Iraq, a mettere a punto la feroce strategia del terrore che porterà alla nascita dello Stato Islamico. Tre anni dopo la proclamazione, il Califfato è in ritirata: con l’intervento russo si è capito che Assad sarebbe rimasto in sella in stretta alleanza con l’Iran. L’Isis ha quindi perso il suo scopo ed è stato abbandonato anche da quel fronte sunnita, turco e arabo, che lo aveva visto come un alleato o una pedina da manovrare.

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