Mondo

Ma la fine della guerra è ancora lontana

Medio Oriente

Ma la fine della guerra è ancora lontana

  • –Alberto Negri

La guerra non finirà neppure se sarà confermata la morte di Al Baghdadi, califfo dell’Isis. Certo per Mosca sarebbe un doppio colpo strategico: da quando è entrata in guerra il 30 settembre 2015 la Russia è riuscita a mantenere in sella Assad, a insediare nuove basi sul Mediterraneo e Putin potrebbe vantarsi di avere tagliato la testa al Califfato. Al contrario per gli Stati Uniti sarebbe uno smacco, ricompensato soltanto dalla caduta di Raqqa da parte della coalizione arabo-curda sostenuta dagli Usa.

Gli americani avevano sbalzato dal potere Saddam in Iraq nel 2003 e senza muovere un dito avevano assistito, dopo il loro ritiro nel 2011, all’ascesa dell’Isis che nel 2014 era riuscito a conquistare Mosul, seconda città irachena.

Non solo. Nel 2011 il segretario di Stato Hillary Clinton aveva dato via libera alla Turchia e ai suoi alleati arabi del Golfo per l’apertura dell’”autostrada del jihad” con lo scopo di far affluire i miliziani islamici destinati ad abbattere il regime siriano. Un’operazione fallimentare che ha aperto la strada, con il contributo brutale di Damasco, all’ascesa di gruppi jihadisti tra cui l’Isis, sorto in Iraq da una costola di Al Qaeda.

Il fronte sunnita, che poi si è diviso, puntava con i jihadisti al crollo di Damasco e a mettere spalle al muro il governo sciita di Baghdad e l’alleato iraniano. La ragione profonda della guerra non solo non è svanita ma si è accentuata aggiungendo al conflitto tra sunniti e sciiti quello tra potenze sunnite come Qatar e Arabia Saudita.

Che Al Baghdadi sia stato o meno ucciso, l’Isis ha perso gran parte del territorio e si può dire che il progetto di insediare un Califfato al confine nel Siraq sia fallito. Perde quindi fatalmente attrattiva e potere di fascinazione. Questo non significa però la fine dell’Isis che continuerà le azioni di guerriglia e terrorismo, la specialità dei jihadisti.

Il passato può darci qualche lezione. Quando Al Qaeda fu sconfitta in Afghanistan nel 2001 dopo l’11 settembre, l’organizzazione trovò spazio in altre parti del Medio Oriente, dall’Iraq all’Africa allo Yemen, dove continua a essere una forza rilevante. La morte del capo non sarà la fine dell’Isis come non lo è stata quella di Bin Laden per Al Qaeda. L’Isis può contare su una presenza assai estesa, dal Sinai allo Yemen, in Africa, Asia centrale e orientale. Nei giorni scorsi ha preso il controllo della montagna afghana di Tora Bora, la stessa dove si era rifugiato Osama.

L’ideologia inoltre non si esaurisce con la morte del capo: l’islam radicale è un fenomeno sulla scena mediorientale da quattro decenni e ha reclutato terroristi anche in Europa. I jihadisti potrebbero riciclarsi in altre guerre tra sciiti e sunniti, come in Yemen, mentre truppe speciali di tutto il mondo sono sul campo a caccia dei loro foreign fighter, altro aspetto assai preoccupante per l’esportazione del terrorismo in Occidente.

Il conflitto è destinato a continuare contro il regime di Assad, l’Iran e gli Hezbollah libanesi, il cosiddetto “asse della resistenza” oggi alleato della Russia. Gli americani hanno abbracciato la tesi saudita, appoggiata dagli israeliani, che Teheran è un pericolo da combattere al pari del Califfato. L’Isis forse non è più così importante: l’influenza dell’Iran è la vera posta strategica in gioco tra Mesopotamia e Mediterraneo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA