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Brexit, domani si parte. Hammond avverte sulla tenuta…

L’AVVIO DEI NEGOZIATI

Brexit, domani si parte. Hammond avverte sulla tenuta dell’economia

La debolezza della premier britannica Theresa May si misura con la loquacità del suo cancelliere dello scacchiere Philip Hammond alla vigilia dei negoziati per l’uscita dall’Unione europea che iniziano domani a Bruxelles e dovrebbero concludersi nel marzo 2019. Mentre Londra riscopre di essere due città con la Torre di plastica che va a fuoco assieme ai suoi inquilini che convivevano coi dubbi di un palazzo pericoloso in cambio di un affitto abbordabile, si ascolta Hammond oggi alla Bbc e si pensa che Londra abbia anche due governi.

Quello di una May sconfitta che fa finta di pensare che la Brexit così come finora concepita vada avanti, e quello del suo ministro dell’Economia che si augura una Brexit morbida nel senso di esportatori britannici che devono sentire di avere «rapporti più stretti possibili» con i vicini europei come accade adesso.

Hammond dice naturalmente che è May a guidare il governo di un Regno che «ha ora bisogno di un periodo di tranquillità» necessario «per portare avanti il lavoro». Il cancelliere contraddice però lo slogan ad uso elettorale della stessa premier secondo cui «nessun accordo è meglio di un cattivo accordo». La corregge: «Un mancato accordo sarebbe un risultato molto, molto cattivo per la Gran Bretagna». Si dice a favore di un controllo dell’immigrazione, uno dei miti dei Brexiter fatto proprio da May, ma «senza che questo danneggi l’economia». Brexit deve infatti essere «jobs first»: «La Gran Bretagna deve uscire dal mercato unico e dall’unione doganale - dice Hammond - ma questa exit deve corrispondere a posti di lavoro ed investimenti». Il come, non specificato, rende debole questa apparente fedeltà al piano d’addio.

Chiara è invece la distanza dalla strategia elettorale della leader dei conservatori: «il mio ruolo nella campagna non è stato quello che avrei voluto avere» dice «sarebbe stato meglio concentrarsi sui risultati economici ottenuti dai conservatori». Come dire, puntare tutto su Brexit come ha fatto May è stato un errore. Tutte puntualizzazioni che formano una voce alternativa all’interno di un governo in cui si sta litigando molto secondo il Guardian, con i Brexiters che minacciano di rimpiazzare May con Boris Jonhson in caso di cedimenti secondo il Sunday Telegraph. Le porte lasciate spalancate dal francese Macron e dal tedesco Schäuble non sembrano intaccare una crisi di governo e fiducia tipicamente insulare.

Hammond, accusato come May di inadeguatezza davanti all’inferno della Grenfell Tower, si concentra sulle questioni interne, mette in dubbio il dogma dell’austerità e i tagli alla spesa bocciati dagli elettori stanchi di sacrifici: «Non siamo sordi» a queste richieste. La butta dunque in economia non solo perché la retorica Brexit non tira più come un anno fa ma anche perché è proprio l’economia che dà segnali di rallentamento.

Il ministro sempre più distante da May non ignora certamente le richieste delle quattro maggiori associazioni imprenditoriali - British Chambers of Commerce, Confederation of British Industry, EEF, Federation of Small Businesses e Institute of Directors - che in una lettera al ministro del commercio Clark chiedono venga assicurato l’accesso al mercato unico e «tutti i benefici legati all’essere dentro l’Ue», almeno fino alla fine dei negoziati. Anzi la lettera degli imprenditori al governo - «ottenete un sistema flessibile per il lavoro e le competenze nonché un accordo commerciale libero da tariffe e formalità doganali ridotte al minimo» - sembra sia la base delle felpate dichiarazioni di Hammond. Il quale forse non ignora neanche i cambiamenti di umore nel Regno: secondo un sondaggio pubblicato oggi dal Mail on Sunday il 68% dei britannici vuole rimanere nell’unione doganale, il 65% non approva lo slogan di May sconfessato da Hammond «no deal is better than a bad deal», il 53% sarebbe favorevole a un secondo referendum su Brexit.

Il cancelliere dello scacchiere ha dunque le sue ragioni se usa toni diversi da quelli del collega ministro della Brexit David Davis che domani mattina inizia a trattare con il capo negoziatore per l’Ue Michel Barnier . «Non ci sono dubbi che lasceremo l’Unione europea, non si torna indietro» dice Davis. Che fa parte di quei Tory che cercano di rassicurare sulla tenuta di May come fa oggi il leader della Camera dei Comuni Andrea Leadsom, solo un anno fa l’altra donna che contendeva la leadership a May e oggi assicura: sarà il primo ministro a guidare i negoziati Brexit.

Domani inizia una settimana importante per la Gran Bretagna e il suo premier: lunedì si avviano i negoziati per il passaggio politico più importante dalla fine dell’Unione Sovietica, mercoledì si tiene il discorso della Regina che avvia i lavori del nuovo Parlamento, giovedì di nuovo Hammond che terrà l’annuale discorso di Mansion House sull’economia.

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