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La Francia «incorona» Macron

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La Francia «incorona» Macron

(Epa)
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Parigi - Da candidato all’Eliseo sul quale ben pochi erano disposti a scommettere (prima delle presidenziali non aveva mai partecipato a un’elezione) a monarca (repubblicano) assoluto della Francia. È questo lo strabiliante percorso compiuto in meno di un anno - la candidatura ufficiale è dell’agosto scorso – da Emmanuel Macron. Al cui partito Lrem (La République en marche) il secondo turno delle legislative assegnerà questa sera un’ampia maggioranza alla Camera, l’unica che conta davvero, vista la sua prevalenza sul Senato. Grazie a un successo elettorale fortemente amplificato dal sistema maggioritario a due turni. Che premia il primo partito, consente al secondo di limitare i danni e penalizza tutti gli altri. Soprattutto quelli, com’è il caso della sinistra radicale e dell’estrema destra, che non possono contare su una riserva di voti in vista dei ballottaggi.

Secondo i vari sondaggi, Lrem e l’alleato centrista MoDem dovrebbero ottenere un numero di seggi compreso tra 400 e 470, quando l’asticella della maggioranza assoluta è fissata a quota 289 (su 577 seggi). Maggioranza assoluta che peraltro il partito del presidente conquisterà da solo. E quindi senza neppure aver bisogno, nel futuro Parlamento, dei consensi del MoDem, guidato dall’indisciplinato – e perciò problematico - ministro della Giustizia François Bayrou.

Il sistema elettorale – scelto nel 1958, con l’avvento della Quinta Repubblica, per porre fine a un lungo periodo di instabilità politica – fa sì che con poco più del 30% dei voti (che poi, con un’astensione che si preannuncia in aumento al 54%, vuol dire circa il 15% degli aventi diritto) Lrem e MoDem avranno almeno il 75% dei seggi. Anche se dalle urne di oggi potrebbe uscire un risultato ancora superiore, che permetterebbe a Macron di battere i record della destra nel 1958 (82%) e nel 1993 (83%).

Tanto più che lo strapotere parlamentare del presidente pare destinato ad aumentare ulteriormente con il sostegno che gli verrà da alcuni deputati dei Républicains e dei socialisti (i cosiddetti “costruttivi”), i quali hanno già annunciato che in caso di elezione voteranno a favore delle riforme presentate dal Governo. Per sapere insomma quale sarà esattamente la maggioranza reale su cui potrà contare Macron bisogna aspettare il voto di fiducia del 4 luglio all’Esecutivo guidato peraltro da un esponente della destra “moderata”: Edouard Philippe. Il quale potrebbe chiamare al Governo qualche sottosegretario proveniente dal suo ex partito.

I Républicains sperano di resistere, con l’obiettivo di portare alla Camera un centinaio di deputati, comunque la metà di quelli che hanno nell’Assemblea uscente. Gli altri dovranno accontentarsi delle briciole. I socialisti, che nel 2012 avevano ottenuto poco meno di 300 seggi, avranno una ventina di deputati, appena al di sopra della soglia minima (15) per la costituzione di un gruppo. La “Francia ribelle” di Jean-Luc Mélenchon – che quasi certamente verrà eletto a Marsiglia e farà quindi il suo ingresso alla Camera - potrebbe non riuscirci neppure, nonostante l’alleanza con i comunisti. Per Marine Le Pen – che se eletta, com’è molto probabile, a Henin-Beaumont, esordirà pure lei in Parlamento – si tratta infine di una bruciante sconfitta: il Front National non dovrebbe avere più di tre deputati, uno in più rispetto a oggi.

Uno scenario che ha già riaperto, ovviamente, il dibattito sull’opportunità di una riforma del sistema elettorale con l’introduzione di una quota di proporzionale (probabilmente intorno al 20%) che consenta di avere una rappresentanza parlamentare un po’ meno infedele rispetto al voto popolare. Anche perché la scarsa – a volte quasi insignificante – presenza all’Assemblea di pezzi importanti di elettorato rende praticamente impossibile una reale opposizione parlamentare. Con il rischio di vedere questa opposizione concretizzarsi nelle piazze. La massima stabilità politica potrebbe cioè tradursi in massima instabilità sociale.

Spetterà a Macron dimostrare di avere la sensibilità, l’accortezza, l’abilità di utilizzare nel migliore dei modi lo strapotere di cui godrà (a maggior ragione con l’ingresso in Parlamento di tanti neofiti che gli devono tutto), andando alla ricerca del dialogo, del confronto, della mediazione, rinunciando alla tentazione di usare la forza che i numeri gli permetterebbero. E nel contempo non abdicare però al varo in tempi rapidi delle riforme di cui il Paese ha urgente bisogno (il cui calendario verrà presentato ai deputati della maggioranza in un seminario previsto per il 24 e 25 giugno).

La strada è stretta, così stretta che lo stesso Macron avrebbe probabilmente preferito una vittoria meno imponente.

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