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Risorse scarse da concentrare sulla crescita

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Risorse scarse da concentrare sulla crescita

  • –Dino Pesole

Se, come sottolinea il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, le risorse a disposizione della prossima manovra di bilancio sono esigue, allora occorre concentrarle nel sostegno alla crescita. Lo impongono i numeri che, stando alle ultime stime del Fmi, vedono il Pil in aumento quest’anno di un incoraggiante 1,3%, contro l’1,1% della previsione governativa, per poi flettere però nuovamente nei dintorni dell’1% nel 2018-2019. Anno delicato, il prossimo che coincide con le elezioni politiche e con il graduale esaurirsi dell’ombrello della Bce, in poche parole del piano straordinario di acquisto dei bond sovrani, ora pari a 60 miliardi al mese per l’intera eurozona.

Si tornerà ad una situazione che, anche per effetto di un’inflazione in crescita nei dintorni del 2%, vedrà la politica monetaria attestarsi su una posizione di “normalità”, con annesso il probabile aumento dei tassi come del resto sta avvenendo negli Stati Uniti. Ecco allora che, pur con tutte le cautele del caso, il Governo non potrà concedersi il lusso di disperdere le (poche) risorse ricavate nelle pieghe del bilancio, e quelle rese disponibili dalla nuova tranche di flessibilità (9 miliardi) che Bruxelles pare propensa a riconoscere.

Dalle ultimissime indicazioni, la dote a disposizione per il taglio strutturale del cuneo fiscale si va assottigliando rispetto ai 3 miliardi di partenza. Se la mossa prelude a ricavare spazi aggiuntivi per interventi certamente più “spendibili” dal punto di vista elettorale (tra questi la rimodulazione dell’Irpef come previsto dal cronoprogramma del governo Renzi, certamente auspicabile ma che dovrebbe poter contare su risorse ben più ingenti di quelle in campo), vale la pena di chiedersi se non si rischi di perdere un’occasione preziosa.

L’abolizione della tassazione sulla prima casa decretata dal governo Renzi nel 2016, con l’esclusione delle abitazioni di lusso (non condivisa dalla Commissione Ue), costa 4 miliardi, mentre la manovra sugli 80 euro costa attorno ai 10 miliardi l’anno. Il taglio al cuneo fiscale, per essere “visibile” e incisivo, dovrebbe poter contare su risorse ben più ampie di quelle che il Governo pensa ora di mettere in campo (1,5 miliardi). Gli spazi di finanziamento sulla carta ci sono, a partire dagli effetti della “stabilizzazione” della spending review nel processo di formazione dei conti pubblici e dal potenziamento dei nuovi strumenti antievasione già inseriti nella “manovrina” appena licenziata dal Senato. Vi è poi il capitolo del riordino delle società partecipate e delle cosiddette “tax expenditures”, cui potrebbe aggiungersi (variabili politiche permettendo) un più coraggioso piano di dismissioni a beneficio della riduzione del debito pubblico. Il tutto mantenendo l’impegno al taglio dello 0,3% del deficit strutturale, come chiesto dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

Se poi la coperta dovesse rivelarsi ancora troppo corta, potrebbe anche venir in soccorso l’ipotesi di non disinnescare integralmente le clausole di salvaguardia (ora cifrate in 15,7 miliardi), proponendo una sorta di “scambio” tra l’aumento (contenuto) dell’imposizione indiretta (l’Iva) e il potenziamento della dote per il taglio del cuneo fiscale. Ipotesi emersa nei mesi scorsi e poi rapidamente ritirata dopo il secco “niet” giunto da buona parte del Pd.

Certo, non sfugge a nessuno che aumentare sia pure di un solo punto l’Iva (se si vuole unicamente per le aliquote intermedie) a ridosso delle elezioni possa essere considerato politicamente assai poco corretto. Non sarebbe del tutto così, se lo “scambio” producesse effetti immediati nel sostegno alla crescita e all’occupazione. Quanto meno, vale la pena di indagare a fondo, da qui alla metà di ottobre, sui costi ed eventuali controindicazioni delle possibili, diverse opzioni alternative a un intervento sul cuneo fiscale che nelle dimensioni di cui si va ora discutendo, rischia di non produrre gli effetti sperati.

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