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Brasile, altri indizi di corruzione per Temer. Aumenta…

instabilità finanziaria in aumento

Brasile, altri indizi di corruzione per Temer. Aumenta l’instabilità dell’effetto Trump

Uno scossone politico dopo l'altro e, all'orizzonte, il timore degli effetti sul Brasile della politica commerciale di Donald Trump. Un onda lunga che può generare pericolose instabilità finanziarie.

La politica e le istituzioni. Temer e Lula
La presidenza è ancora a rischio impeachment. «Esistono indizi di corruzione nella condotta del presidente brasiliano, Michel Temer», afferma la polizia federale nel rapporto preliminare riguardante le indagini a carico del presidente, per la cui conclusione - secondo i media - gli inquirenti hanno chiesto alla Corte suprema altri cinque giorni di tempo.

Temer è accusato da due imprenditori, divenuti collaboratori di giustizia, di aver cercato di comprare il silenzio del suo ex alleato politico, Eduardo Cunha, ora in carcere, per evitare di vedersi coinvolto nell'inchiesta Lava Jato, la Mani Pulite locale.

Una schiarita invece per l'ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, sganciato dall'inchiesta Lava Jato. Il giudice supremo del Brasile, Edson Fachin, ha sottratto al giudice federale Sergio Moro tre filoni di indagini riguardanti Lula, imputato nell'inchiesta Lava Jato sui fondi neri Petrobras.

Secondo Fachin, relatore della stessa inchiesta presso la Corte suprema, queste indagini a carico di Lula, basate sulle confessioni di ex dirigenti della holding Odebrecht, non hanno relazione diretta con la Lava Jato, di cui Moro è responsabile in primo grado.

Trump spaventa il Brasile
A meno di sei mesi dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, lo shock emotivo è stato superato e si possono osservare i primi effetti delle scelte di politica economica e commerciale sull'economia del gigante latinoamericano.
La reazione iniziale dei mercati all'arrivo di Trump ha rasentato il panico: il real - lo ricordiamo - si è deprezzato del 7% circa in tre giorni, obbligando la banca centrale a interventi sul mercato a vista e dei derivati, e la Borsa ha perso quasi l'8 per cento. Dopo lo shock iniziale, gli analisti hanno mostrato che il Brasile sarebbe colpito solo marginalmente da un progressivo ritorno al protezionismo americano.

Il Brasile è tradizionalmente un'economia relativamente chiusa, con un grado di apertura reale – misurato come peso dei flussi di commercio estero su Pil – intorno al 25% nella media degli ultimi cinque anni (rispetto al 45% circa dei paesi latinoamericani) e una scarsa integrazione alle catene globali del valore. Eventuali misure protezionistiche avrebbero quindi un impatto modesto sul Paese.

Tuttavia le preoccupazioni maggiori potrebbero venire invece dalle turbolenze sui mercati finanziari «se la nuova politica fiscale espansiva dovesse accompagnarsi a un inasprimento della politica monetaria condizioni monetarie più intenso del previsto. Gli investitori internazionali riprenderebbero le manovre di “disimpegno” dal Brasile, dirottando la propria liquidità verso gli Usa», spiega Giorgio Trebeschi - economista senior della Banca d'Italia, distaccato a San Paolo.

Il Brasile, che ha tradizionalmente un basso tasso di risparmio (17,8 per cento del Pil in media negli ultimi cinque anni, a fronte del 21 per cento di investimenti), si troverebbe così in una situazione ancora più complicata per finanziare gli investimenti necessari ad avviare la ripresa economica e accrescere il prodotto potenziale. Un deprezzamento del real metterebbe poi a repentaglio gli sforzi della Banca centrale di allentare le leve della politica monetaria, rischiando di trasmettersi rapidamente all'inflazione e disancorando le aspettative dagli obiettivi fissati dalle autorità monetarie (4,5% per il 2017).
Insomma il Brasile resta un gigante, un Paese di opportunità ma anche con i piedi di argilla.

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