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Com’è cambiata l’economia britannica un anno dopo il sì a…

le conseguenze del referendum

Com’è cambiata l’economia britannica un anno dopo il sì a Brexit

Afp
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Prima del voto sul Brexit, le previsioni erano terrificanti. Anche quelle della Bank of England. In molti hanno pensato che fossero strumentali, e puntassero a far vincere il remain. Non potevano invece che essere previsioni – o meglio scenari – di lungo periodo: le “vere” conseguenze non potranno che manifestarsi quando la Gran Bretagna sarà davvero uscita dall’Unione europea, e saranno applicate nuove regole sul commercio internazionale, sulla finanza, sulla libera circolazione dei lavoratori (soprattutto – vista la natura dell'economia britannica e di Londra in particolare - di quelli con elevate competenze). Anche adesso però, a distanza di un anno dal voto, qualche conseguenza si avverte, e non è piccola.

Lo stato della valuta

IL CALO DELLA STERLINA
Il cambio effettivo della sterlina. Dati gennaio 2005 = 100

La sterlina è calata, rapidamente. Il cambio effettivo, già in tendenza ribassista, ha perso il 6,8% il 24 giugno 2016, la seduta successiva al referendum. Un crollo colossale, se confrontato con la storia della valuta negli anni precedenti: la volatilità quotidiana (misurata dalla deviazione standard) era dello 0,5%. Non solo: la valuta da allora si è mossa lungo un valore medio strutturalmente più basso. Da quota 87,9 del 23 giugno, l’indice – una media del valore della sterlina verso le valute dei principali partner – è calato fino a un minimo di 73,8, con una flessione del 16% ma ha poi recuperato. Il 19 giugno era a quota 77,6, non lontana dalla media del periodo post-referendum.

Il deficit commerciale

CAMBIO ED EXPORT
Base giugno 2016 = 100

I sostenitori del Brexit hanno salutato la flessione della sterlina – che riflette conti con l'estero in deficit - perché avrebbe reso le esportazioni più competitive. Non si può negare che un effetto ci sia stato: da giugno 2016 a maggio 2017 le vendite all'estero sono aumentate del 7 per cento.

CAMBIO E IMPORT
Base giugno 2016 =100

Il rialzo non è stato però sufficiente a ridurre il deficit commerciale. Le importazioni sono infatti aumentate dell'8%, e quindi non sono calate in termini reali, e i conti con l'estero non sono quindi migliorati. La Gran Bretagna è un importatore netto dalla fine del secolo scorso, un fatto probabilmente strutturale, vista la tenuta degli acquisti dall'estero in una fase di debolezza del cambio.

L’accelerazione dei prezzi

INFLAZIONE E CAMBIO
Base gennaio 2015 = 100

L’aumento dei prezzi delle importazioni si è direttamente manifestato nell'andamento dell'inflazione. A giugno 2016 la Gran Bretagna era ancora in piena lowflation: l'indice segnava un incremento annuo del solo 0,8%, che pure rappresentava una discreta accelerazione dei prezzi rispetto allo 0,3% di un anno prima. Oggi l’inflazione britannica è al 2,7%, ben al di sopra dell'obiettivo della Bank of England, pari al 2%: la correlazione tra inflazione e cambio è piuttosto elevata (e ovviamente negativa). La Banca centrale, un anno fa, ha però deciso che i rischi sulla crescita fossero più rilevanti e ha tenuto tassi molti bassi: il costo ufficiale del credito è oggi allo 0,25% e l’orientamento della politica monetaria rischia di essere, semplicemente, sbagliato.

Stipendi e consumi in calo

SALARI REALI E VENDITE AL DETTAGLIO
Variazione annua

Il rialzo dell'inflazione ha determinato un forte rallentamento, e poi una flessione, dei salari reali. Si è così ridotto il potere di acquisto dei britannici. La flessione si è avvertita con un po' di ritardo, ma a gennaio 2017 le retribuzioni reali erano solo lo 0,6% (in termini di media mobile trimestrale) più alte rispetto a un anno prima (si era partiti, a giugno 2016, da un +1,8%). A febbraio l'incremento era ormai zero, ad aprile la flessione aveva raggiunto lo 0,6%. Non è una sorpresa, allora, trovare gli effetti di questa compressione dei redditi sulle vendite al dettaglio che – con molti “ma” – possono essere considerate una misura provvisoria dei consumi: tra gennaio e marzo c'è stata una contrazione, seguita da un modesto rimbalzo. Anche la più precisa, ma lenta, contabilità del pil mostra un rallentamento degli acquisti delle famiglie: +0,5% trimestrale a primavera e nell'estate 2016, +0,4% nell'autunno (ottobre-dicembre) e un deludente +0,2% tra gennaio e marzo. L’intero pil, nel primo trimestre di quest’anno è aumentato del solo 0,2%. È giusto chiedersi, a questo proposito, se l'aumento delle esportazioni registrato può giustificare il prezzo pagato in termini di minore potere d'acquisto delle famiglie: l'inflazione colpisce di più i meno abbienti…

La frenata dell’immobiliare

PREZZI DELLE CASE A LONDRA
Variazione annua. Media mobile trimestrale

La flessione della sterlina non ha certamente penalizzato la Borsa di Londra, ricca di aziende multinazionali che vedono i loro profitti all'estero in crescita per il solo deprezzamento del cambio. Dall'esito del referendum – che nell'immediato causò una flessione – l'indice FTse ha guadagnato il 22%. Non si può dire la stessa cosa per i prezzi delle case, anche se il settore trova continuamente impulso da tassi d'interesse piuttosto bassi. A giugno 2016 i prezzi crescevano dell'8,2%, ad aprile 2017 avevano rallentato al 5,6%. Non è questa, però, una frenata da sopravvalutare: appare in linea con l'andamento ciclico degli ultimi tre-quattro anni. Più impressionante è la flessione a Londra, che dopo l'uscita effettiva della Gran Bretagna dalla Ue potrebbe essere colpita da una “fuga” all'estero di lavoratori e di aziende.

Dal +10% annuo registrato a giugno 2016, i prezzi medi hanno rallentato fino 2,6%: un ritmo così basso non si registrava dal 2012. Si tratta di una media: a Westminster, per esempio, i prezzi sono in accelerazione da inizio anno, mentre nella City l'andamento appare piuttosto altalenante. Nelle altre zone nella capitale, il trend in frenata è più evidente. A livello nazionale, anche le costruzioni di nuove case private hanno rallentato, dopo un 2016 molto brillante (+13,2% l'incremento rispetto al 2015). Al di là del calo invernale, a marzo l'attività è aumentata del 7,4% annuo, ad aprile è calata dell'1,4%, la prima flessione dal 2013.

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