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L’assist Bce che il sindacato non coglie

questione salariale

L’assist Bce che il sindacato non coglie

In genere per un sindacato il richiamo alla politica dei redditi fatto da una banca centrale suona come un allarmante invito a contenere i salari. Ma è da almeno un anno che la Bce (e non solo) invita, senza nemmeno troppe fumisterie linguistiche, a creare le condizioni per un innalzamento delle buste paga, passo ineludibile per corroborare l’inflazione cui guardano, per dovere d’ufficio, i manovratori della politica monetaria. Un formidabile assist che, tuttavia, il sindacato non sembra aver colto appieno.

Dal congresso della Cisl arriva l’invito a riprendere il filo della riforma contrattuale abbinato al tema antico della rappresentanza e della partecipazione. La centralità sono le tutele «per la persona nel lavoro» secondo la tradizionale definizione dei valori cattolici. La Cgil è impegnata nella campagna «Cerchiamo diritti» e pensa ad altro; la Uil guarda soprattutto alla ripartenza dei contratti pubblici e a un revival della riduzione dell’orario di lavoro. Nessuna delle tre sigle sembra cogliere la necessità di un approccio più pragmatico.

Mario Draghi anche nell’ultimo discorso che tanto ha spiazzato i mercati ha citato il tema della sottoccupazione che induce a vedere come priorità il consolidamento del proprio posto di lavoro (magari lavorando più ore) piuttosto che non l’aumento delle retribuzioni per via contrattuale. È un tema che ha toccato anche Mark Carney, il Governatore della Bank of England, proprio qualche giorno fa quando ha parlato di «salari anemici»; è un argomento principe per Janet Yellen, numero uno della Fed, che per una vita ha studiato il tema del lavoro e si è esercitata su come aumentare la qualità dell’occupazione in America, dove il lavoro esiste ma troppo spesso è rarefatto e poco remunerato. Tanto che più volte la Yellen ha definito «non soddisfacente» l’andamento dei salari. Recentemente il capo economista della Bank of England, Andy Haldane, ha spiegato bene che tecnologia e globalizzazione «hanno indebolito molto il potere negoziale dei lavoratori in diversi Paesi europei». In Giappone Governo e Banca centrale hanno spinto con forza per una nuova stagione di aumenti retributivi più sostanziosi.

Ora la tesi del numero uno della Bce è che la sottoccupazione crea una dinamica distorsiva nell’inflazione, soprattutto perché – ed è questa la novità su cui il sindacato deve riflettere – lo sviluppo dei contratti di secondo livello ha creato una flessibilità che non sempre si è tradotta al rialzo. Per Draghi, che guarda alla dimensione europea del fenomeno, bisogna riflettere sulla modalità con cui l’attuale contrattazione sembra «guardare all’indietro» invece che in avanti, condizionata anche da certe dinamiche di determinazione indicizzata di prezzi, tariffe e salari. Tuttavia il presidente dell’Eurotower non ha rinunciato a fare un esplicito riferimento all’Italia dove «l’indicizzazione delle retribuzioni ora copre un terzo degli occupati nel settore privato». È un riferimento alle ultime distorsioni legate al modo con cui vengono rinnovati i contratti nazionali senza un collegamento ottimale con le intese sui luoghi di lavoro ancora in cerca di un equilibrio vero e consolidato.

Puntare all’inflazione per l’inflazione avrebbe poco senso perché, alla lunga, gli aumenti resterebbero solo nominali; per avere effetti reali dovrebbero essere collegati alla produttività. Ed è questo il vero terreno di confronto per il presente e per il futuro che diventa il presente e il futuro delle stesse parti sociali. Accentuare ancora – nel dibattito pubblico del Paese europeo con la più alta presenza sindacale – argomenti minori come sono, ad esempio, i voucher, per farli diventare il simbolo di una nuova battaglia per i diritti stile anni 70 (come sta facendo la Cgil) rischia di rendere sfuocato il vero tema strategico dei salari. Soprattutto adesso che la fase buia della recessione, durante la quale l’obiettivo di sopravvivenza è salvare il lavoro e l’occupazione, è fortunatamente alle spalle.

Le parti sociali sono ancora in tempo per correggere un altro errore prospettico: quello di trasformare la discussione su come rivitalizzare i salari nel dibattito tutto politico-ideologico del salario minimo o di cittadinanza. Il che sposta l’asse dal tema del lavoro a quello dell’assistenza. E sposta anche il “gioco di potere” dal campo dei corpi intermedi a quello proprio della politica.

La ricostruzione di un nuovo Patto sociale non può che passare da una ridefinizione del carico fiscale e dalla possibilità di redistribuire la produttività, vulnus cronicizzato del sistema italiano, in un nuovo sistema di contrattazione. Tradotto in pratica: abbattimento del cuneo fiscale per i giovani, per favorirne l’ingresso sul mercato e nel contempo alzarne le retribuzioni e nuova articolazione delle relazioni industriali.

Che non sia quella del contratto obbligatorio per legge, come chiede la Cgil forzando la realtà, ma neppure il sistema fittizio che ha consentito in molti settore “fughe” verso condizioni di dumping. Che sia compatibile con settori dove il peso del costo del lavoro ha marginalità basse (come i chimici ad esempio) e con settori dove invece la variabile del costo del personale è una delle voci più pressanti (i metalmeccanici ad esempio). Proprio dai metalmeccanici, che hanno sperimentato con successo una forma di nuova complementarietà tra accordi nazionali e intese aziendali, di recente è tornata la spinta a parlare una nuovo linguaggio della contrattazione. La FedMec (come adesso si chiama Federmeccanica) ha fatto ricorso a una citazione: «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi». È Marcel Proust. Ed è calzante perché in questo campo è ormai urgente recuperare il tempo perduto

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