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Per Charlie qualche ora in più

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Per Charlie qualche ora in più

  • –Marina Castellaneta

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ualche ora in più per poter stare ancora con il proprio figlio di dieci mesi affetto da una malattia genetica rara e incurabile prima che i macchinari che lo tengono in vita vengano spenti.

È l’unica concessione che i genitori del piccolo Charlie Gard hanno ottenuto dopo aver perso la battaglia legale contro la scelta dei medici di sospendere la ventilazione artificiale, procedendo con cure palliative e di non consentire il ricorso a cure sperimentali sulle quali mancano prove scientifiche sull’efficacia. La loro istanza è stata respinta con tre gradi di giudizio dai giudici britannici e bocciata infine della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza n. 39793/17 depositata il 27 giugno) a cui i genitori di Charlie avevano deciso di fare ricorso. Arrivati all’ultimo giorno di vita del loro figlio vissuto sempre attaccato a un respiratore, Chris Gard e Connie Yates avevano chiesto ai medici del Great Ormond Street Hospital di Londra di portare a casa Charlie per potergli dire addio tra le mura domestiche.

Ma hanno ricevuto un rifiuto che considerano l’ultimo «oltraggio» in una vicenda straziante. Il loro obiettivo era provare a sottoporre il figlio a una terapia sperimentale negli Stati Uniti: per questo erano riusciti a raccogliere 1,4 milioni di sterline (1,6 milioni di euro) che ora destineranno a una fondazione che porterà il nome di Charlie. Un caso sul quale, pur non citandolo espressamente, è intervenuto ieri Papa Francesco: «Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo» si legge in un tweet diffuso ieri sera. E anche la politica italiana ha voluto dire la sua. «Un piccolo cucciolo d’uomo non valeva un’attenzione diversa delle autorità europee?», si chiede il segretario del Pd Matteo Renzi. Accenno polemico che diventa accusa all’Europa con Matteo Salvini della Lega («È un omicidio con la complicità, anche questa volta, dell’Ue che tace») e invettiva anti-Ue con Beppe Grillo, leader del M5S: «Neppure Pilato se ne lavò le mani in questo modo».

Ma la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che ha chiuso il caso non è né una presa di posizione a favore dell’eutanasia, né una pronuncia pilatesca. È la corretta affermazione che in materie sensibili come il fine vita e l’accesso a cure mediche prive di certezze scientifiche, la Corte europea non ha il potere di imporre alcuna decisione, pur vigilando sul comportamento degli Stati che sono tenuti a rispettare determinati parametri nell’iter procedurale che porta le autorità nazionali a sospendere le cure. Di conseguenza, poiché il comportamento delle autorità inglesi è stato conforme a questi parametri, la Corte ha dichiarato irricevibile il ricorso presentato dai genitori di Charlie. La coppia aveva cercato di fermare la decisione, prima delle autorità mediche e poi di quelle giurisdizionali.

Nelle decisioni nazionali erano state chieste perizie, sentito il comitato etico, valutato il livello di sofferenza del bambino. Tutti parametri che la Corte europea valuta positivamente e che giudica nel segno del rispetto della Convenzione, sostenendo che non è stato violato l’articolo 2 che assicura il diritto alla vita. Per Strasburgo questa norma non afferma un obbligo per gli Stati di fornire farmaci e cure sperimentali non autorizzate a livello nazionale, con la conseguenza che le autorità interne hanno un ampio margine di apprezzamento sul fine vita anche perché manca un consenso tra i Paesi parti alla Convenzione.

D’altra parte – osserva la Corte – i giudici nazionali, che sono stati chiamati a decidere sulla questione, hanno agito nell’ambito di un quadro giuridico in cui sono stati valutati tutti gli aspetti e hanno messo al primo posto il principio fondamentale dell’interesse superiore del minore. Un punto al quale la Corte europea dà grande rilievo tenendo conto che è stata valutata la necessità di evitare sofferenze continue al bambino.

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