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Antitrust, gli editori Usa chiedono riforme per fronteggiare Google e Fb

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Antitrust, gli editori Usa chiedono riforme per fronteggiare Google e Fb

New York

Gli editori americani hanno chiesto al Congresso una deroga alle leggi antitrust per poter fare i conti con la sfida presentata da Google e Facebook al business del giornalismo. La richiesta è quella di poter agire collettivamente per strappare migliori accordi ai due re delle piattaforme digitali, che oggi dominano tanto la distribuzione online di contenuto che la raccolta pubblicitaria su Internet e minacciano di schiacciare nella loro morsa i media di qualità.

Gli editori - oltre duemila organizzazioni grandi e piccole tra Stati Uniti e Canada riuniti nella News Media Alliance, da Dow Jones-Wall Street Journal al New York Times e al Washington Post - hanno definito le normative antitrust nel loro caso “antiquate” e controproducenti. Perché avrebbero «le conseguenze indesiderate di preservare e proteggere il dominio di Google e di Facebook».

Lo strapotere di questo duopolio è tutto nelle cifre. Secondo la società specializzata eMarketer Google e Facebook rastrellano nell’insieme almeno il 60% delle inserzioni digitali, mentre il Pew Research Center spinge le stime fino al 70% d’un mercato digitale da 73 miliardi. Ed è una quota in continua crescita visto che l’aumento pubblicitario nell’ultimo anno - 12 miliardi - è stato per il 77% appannaggio dei due gruppi. Google ha messo le mani su 40 centesimi per ogni dollaro speso online, Facebook su 37 centesimi. Tutti gli altri si sono accontentati di 23 centesimi. Allo stesso tempo le inserzioni sui giornali nel 2016 sono state pari a 18 miliardi rispetto ai 50 miliardi di dieci anni or sono. Grandi marchi, quali il Journal e il Times, hanno reagito con campagne di successo negli abbonamenti online, ma non bastano.

Le richieste degli editori sono chiare: occorre trattare per una maggior protezione della proprietà intellettuale, strappare nuovo sostegno per modelli di subscription digitale e una più equa condivisione sia di entrate che di dati su consumatori e lettori. Tra i temi caldi c’è anche l’inadeguata lotta alle notizie false su Internet. L’alleanza dei media, attraverso il suo presidente David Chavern, ha sottolineato che «il giornalismo di qualità ha un ruolo cruciale nel sostenere la democrazia ed è centrale per la società civile. Per assicurare che un simile giornalismo abbia un futuro, le organizzazioni che lo finanziano devono poter negoziare collettivamente con le piattaforme digitali che nei fatti controllano distribuzione e accesso all’audience nell’era digitale».

Google e Facebook hanno dato segnali di voler cercare maggior cooperazione con i news media. Ma il terreno resta molto accidentato. Un incontro promosso dalla Neiman Foundation di Harvard si è concluso con scambi di accuse: un executive di Facebook ha insistito che non spetta loro risolvere i problemi del “modello di business” del giornalismo. Un editore ha risposto rinfacciandogli di esser poco più d’un parassita che si approfitta indebitamente del contenuto di valore di altri. Chavern stesso, nel presentare adesso la richiesta di deroga antitrust, ha incalzato che Google e Facebook «non assumono reporters, non scavano tra documenti per inchieste sulla corruzione, non spediscono giornalisti in zone di guerra, non assistono agli eventi sportivi per commentarli, si aspettano che facciamo noi per loro questo costoso lavoro». Più recenti discussioni tra le parti hanno avuto toni meno tesi. Sia il colosso dei motori di ricerca che quello dei social network hanno promesso sensibilità all’esigenza di proteggere il giornalismo e alla ricerca di soluzioni “sostenibili”.

Agli occhi degli editori, la sospensione delle regole antitrust per consentire ad aziende giornalistiche concorrenti un fronte comune aiuterebbe un riequilibrio. Non sarà facile: il Congresso ne concede in media solo una ogni otto o dieci anni. L’editoria ottenne l’ultima nel 1970, con il Newspaper Preservation Act, che consentì a pubblicazioni regionali di unire attività di stampa e di business. Ora ne ritiene essenziale un’altra per affrontare la battaglia digitale.

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