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Rally di Borse e bond, il dollaro scivola ma poi risale

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Rally di Borse e bond, il dollaro scivola ma poi risale

  • –Andrea Franceschi

La disoccupazione negli Stati Uniti è ai minimi da 17 anni. In un contesto positivo per il mercato del lavoro ci si aspetterebbe una crescita dei salari perché le aziende, quando le cose vanno bene, sono disposte a spendere di più per attrarre i lavoratori più qualificati. Il fenomeno tuttavia non si sta verificando a giudicare dalle deboli statistiche sui salari. Questa è una delle ragioni per cui l’inflazione negli Stati Uniti ha recentemente registrato una battuta d’arresto tornando sotto il 2%, livello considerato ottimale dalla Federal Reserve.

La debole crescita dei prezzi, una delle variabili chiave nel determinare le scelte di politica monetaria, non ha finora impedito alla banca centrale americana di alzare i tassi. La tabella di marcia, che prevede l’aumento del costo del denaro e la graduale riduzione del bilancio, non cambia. Lo ha confermato ieri Janet Yellen nel corso della sua testimonianza al Congresso. Il numero uno della Fed, che finora non si è mai mostrata troppo preoccupata dai segnali in arrivo dall’inflazione, ha tuttavia cambiato registro ammettendo che c’è «incertezza sul quando e in che misura i prezzi riprenderanno quota». Le sue parole sono state interpretate dagli investitori come un segnale che la Fed agirà con prudenza nel mettere in atto la “normalizzazione” della sua politica economica.

Questa speculazione ha avuto importanti ripercussioni sui mercati. A partire da quello obbligazionario che si è mosso a traino dei Treasury americani. I rendimento del titolo a 10 anni, il cui andamento è inversamente proporzionale al prezzo, è sceso dal 2,35 al 2,3% nei minuti in cui sono state rese note le parole della Yellen. Il tasso del titolo biennale è passato dall’1,37 a un minimo di seduta dell’1,33 per cento. L’andamento dei titoli di Stato americani, punto di riferimento all’intero mercato mondiale dei bond, ha influenzato le quotazioni dei governativi europei che sono tornati ad essere acquistati dagli investitori. Il rendimento dei BTp italiani a 10 anni è passato dal 2,3 al 2,24 per cento.

La reazione dei bond è stata sostenuta anche perché il mercato era reduce da una fase molto negativa. Le indicazioni della Fed insomma hanno fornito un ottimo pretesto per un “rimbalzo”. Questo spiega in parte la reazione meno netta del mercato valutario. Il dollar index, che misura l’andamento del biglietto verde rispetto alle sue maggiori controparti, dopo un iniziale ribasso ha recuperato terreno. Ma è anche vero che il dollaro è debole da tempo e per i ribassisti non c’era grande spazio di manovra.

Positivi contraccolpi si sono visti in Borsa. Nonostante le valutazioni elevate ieri il Dow Jones ha aggiornato un nuovo record storico. In Europa gli indici hanno accelerato sulla scia di Wall Street archiviando la miglior seduta dal 24 di aprile, giornata del rally post Macron. L’indice europeo Stoxx 600 ha chiuso con un rialzo dell’1,52% con Milano, Parigi e Francoforte tutte in positivo per oltre un punto e mezzo percentuale.

Il segnale arrivato ieri dalla Fed è all’insegna della prudenza. Tuttavia, aldilà delle reazioni di giornata, la strada della “stretta monetaria” è ormai segnata e tra gli investitori si inizia a scommettere su quando anche le altre grandi banche centrali si accoderanno. In questa direzione si è mossa ieri quella canadese che, per la prima volta da sette anni, ha alzato il costo del denaro allo 0,75 per cento. Una mossa attesa che ha comunque dato una spinta alle quotazioni del dollaro canadese che ieri si è portato sui massimi da 11 mesi nel cambio con il “cugino” americano.

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