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Le coalizioni in agguato della Merkel

il caso germania

Le coalizioni in agguato della Merkel

L’importanza delle elezioni tedesche di settembre è sottovalutata. Da quando la cancelliera Merkel (Cdu) ha raggiunto un vantaggio incolmabile su Martin Schulz, lo sfidante socialdemocratico, analisti e osservatori si sono messi il cuore in pace: altri quattro anni di stabilità per un Paese la cui economia scoppia di salute e che punta a un tasso di disoccupazione sotto il 3%. Ma le cose non stanno propriamente così.

Sul voto gravano due incognite. La prima è il ruolo del leader turco Erdogan, tentato di riaprire nelle prossime settimane l’emergenza dei rifugiati che nel 2015-2016 quasi costò il posto alla cancelliera. La seconda è il tipo di coalizione che emergerà dal voto di fine settembre.

Una riedizione della Grande Coalizione rimane l’esito più probabile: corrisponde alle strategie consensuali di Angela Merkel; ha dato buona prova di sé per otto degli ultimi dodici anni; è consolidata dal fatto che i programmi dei due partiti popolari si assomigliano molto; e infine trova una sua speciale legittimazione in un sistema politico europeo in cui un’opposizione “extra-parlamentare” si manifesta nel dialogo e nello scontro con gli altri governi europei. È su questo scenario che Angela Merkel potrebbe costruire un ultimo quadriennio di politiche più coraggiose di completamento dell’integrazione europea. Tuttavia, la Grande coalizione è anche oggetto di critica da parte di chi vede in maggioranze troppo ampie e permanenti un rischio per la salute del confronto democratico e un pretesto per l’emergere di forze radicali di opposizione.

Allo stato attuale dei sondaggi, è ancora possibile che si formi una coalizione alternativa che porrebbe seri problemi al ruolo della Germania in Europa. Da quando il partito liberale, da 35 anni tradizionale alleato della Cdu, ha assunto una linea euroscettica, i suoi consensi sono risaliti e ora, sfiorando il 9%, consentirebbero una coalizione di maggioranza con i cristiano-democratici. La passata edizione della coalizione “tigre” (dai colori nero e giallo dei due partiti) tra il 2009 e il 2013 coincise con le posizioni più intransigenti di Berlino nei confronti dell’Europa. I leader liberali, spesso incompetenti, forzarono la mano quando Merkel studiava regole fiscali punitive verso i partner europei più indisciplinati. Anche oggi, il partito liberale è il più ostile all’euro tra quelli che hanno ambizioni di governo. Per strappare consensi agli xenofobi di ”Alternativa per la Germania” ha resuscitato la controversia da cui quel partito nacque nel 2012: le fondamenta giuridiche del Trattato sull’Esm, il fondo salva-stati. La conclusione a cui arrivano i liberali è che la crisi dell’euro è dovuta alla generosità con cui i mercati trattano i debiti pubblici dei Paesi deboli. Di conseguenza è necessario ridurre il fondo salva-stati e disporre un meccanismo di ristrutturazione “ordinata” dei debiti pubblici nazionali. A ciò va aggiunto un limite alla possibilità delle banche di detenere titoli pubblici di un Paese. Inoltre i liberali vorrebbero creare una nuova istituzione indipendente dalla politica che decida se un Paese in difficoltà debba uscire dall’euro, senza che ciò comporti l’uscita dalla Ue, lasciando svalutare la nuova moneta nazionale ed evitando quindi sostegni da parte della Bce o dell’Esm che potrebbero essere costosi per i contribuenti tedeschi. Naturalmente tutto ciò viene condito con un inasprimento delle sanzioni per chi violasse le regole di bilancio in vigore. Christian Lindner, leader di un partito un tempo glorioso, d’altronde di default privati con denari pubblici se ne intende, visto che ne ha fatto esperienza personale in anni recenti.

Le proposte liberali non sono realizzabili – richiederebbero modifiche dei Trattati per le quali non c’è consenso – e non è verosimile che sia Lindner a prendere il posto del ministro delle Finanze attuale, Wolfgang Schäuble, qualora questi decidesse di non ricoprire più lo stesso incarico. Tuttavia, come nel 2012, posizioni tanto estreme riducono i margini di manovra di tutta la coalizione, ne spostano il baricentro, creano richiami populisti e attese corrispondenti nell’opinione pubblica fino a porre un cuneo tra la Germania e i suoi partner europei. Insieme alla deriva xenofoba dei cristiano-sociali bavaresi, la generazione conservatrice tedesca sta modificando linguaggio e priorità del cittadino medio disancorandoli dai decenni passati.

C’è infatti qualcosa di più profondo che il confronto politico tedesco ci rivela. L’irresponsabilità di alcuni giovani leader, compresi una serie di candidati iper-conservatori che Schäuble sta coltivando alla propria successione, corrisponde a una generazione - non solo politica, se si pensa a Jens Weidmann e a diversi giovani top manager - che non ha vissuto né le tragedie del Novecento, né i decenni della cooperazione internazionale, né le complessità dell’unificazione tedesca. A differenza di Willy Brandt, Helmut Kohl e Angela Merkel, sono figli di una Germania inedita, così forte da immaginarsi auto-sufficiente. Una generazione tedesca che non ha precedenti a memoria d’uomo e che proprio per questo sembra vulnerabile al potere di uomini senza memoria.

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