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Perchè l’accordo tra Serraj e Haftar si è già…

La crisi in libia

Perchè l’accordo tra Serraj e Haftar si è già profondamente incrinato

Un viaggio in un sontuoso castello alle porte di Parigi, coronata da una stretta di mano dal sapore mediatico, non è certo sufficiente. Per due rivali che da 16 mesi guerreggiano nell'ex regno di Gheddafi, e che amministrano rispettivamente due estese regioni come fossero Stati autonomi, ci vuole ben altro. La dichiarazione congiunta – peraltro nemmeno firmata –per il cessate il fuoco tra l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, e il capo del Consiglio presidenziale libico a Tripoli, Fayez al-Serraj, è apparsa sin da subito un accordo molto fragile. Dopo solo due giorni l’intesa, salutata con fin troppo entusiamo dal presidente francese Emmanuel Macron, sta già mostrando profonde incrinature.

Accordo Serraj-Haftar da Macron

A ben vedere le ragioni di chi indulge al pessimismo sono diverse, e in molti casi sensate. Come esultare per un accordo definito «punto di svolta per stabilizzare la Libia» quando non vi hanno partecipato le decine di milizie che ancora oggi controllano importanti porzioni del territorio?

E come illudersi che le potenze regionali e straniere che appoggiano i due leader libici - non invitate a Parigi – cessino di portare avanti il loro gioco rinunciando ai rispettivi interessi?

Come parlare di pace quando non c’è nemmeno un accordo tra i due rivali su chi siano i terroristi da combattere e chi non lo siano?

E come fissare date per le elezioni politiche con un Paese spaccato ancora in due entità, dove, in teoria, per convocarle - secondo una legge ancora in vigore - sarebbero necessari i due terzi di un Parlamento (quello di Tobruk) considerato illegittimo dal Governo di Tripoli?

La debolezza politica di Serraj

Non è un segreto. Senza nemmeno curarsi di rientrare in patria, il giorno dopo il vertice di Parigi, Haftar ha riportato le lancette del tempo indietro, ricorrendo ai consueti toni bellicosi. Il potente generale sostenuto dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti ha rivolto parole pesanti contro Serraj che somigliano al preludio della fine dell’accordo. «Non controlla la città, se non a parole. Tripoli è la capitale di tutti i libici – ha spiegato Haftar a Frane 24 - , e non appartiene a nessuno. Serraj a Tripoli non ha alcuna autorità. È un ingegnere. Farebbe meglio a dire cose concrete e attinenti ai fatti e a lasciar perdere le fanfaronate».

In verità l’autorità che Serraj esercita in Tripolitania appare sempre più debole con il passare dei mesi. Tre dei nove membri del Consiglio nazionale si sono dimessi subito o hanno boicottato il nuovo organismo. Privandolo così di parte di quella rappresentatività che doveva costituire la spina dorsale del Governo di accordo nazionale. Gli altri membri, poi, sovente sono più impegnati in alterchi tra loro che a contribuire all’azione di governo. Ironizzando, alcuni sui rivali chiamano Serraj «il sindaco di Tripoli, se non di alcuni quartieri di Tripoli».

L’ex ingegnere su cui l’Onu faceva affidamento per far uscire la Libia dal caos non gode certo di molta popolarità nella capitale. La crisi economica, la mancanza di risorse per far funzionare nel modo appropriato i servizi essenziali, la svalutazione del dinaro ed una inflazione galoppante, hanno alimentato il malcontento. L’emergenza sicurezza - in diversi quartieri di Tripoli spadroneggiano milizie e bande - ha fatto il resto. A Bengasi, la situazione su questo punto è decisamente migliorata.

E se Haftar può contare su un’agguerrita milizia di 30mila uomini, che lui stesso ama definire “Esercito libico nazionale”, Serraj non controlla direttamente nessuna armata. Quella che lo lega alla potente milizia di Misurata è più un’alleanza che tuttavia vede i misuratini spesso sposare la causa dei membri islamici che facevano parte del Governo ombra insediatosi a Tripoli nell’agosto del 2014 e cacciato all’arrivo di Serraj.
I misuratini vedono Haftar come il fumo negli occhi. Il generale che ambisce a divenire il nuovo presidente del Paese li ripaga con la stessa moneta.

Quando si parla di accordo di pace occorre dunque tenere conto che Sarraj non appare in grado nemmeno di gestire le milizie della Tripolitania nemiche di Haftar. Disposte anche ad abbracciare di nuovo le armi pur di non vedere il generale marciare trionfalmente su Tripoli.

Il ruolo delle potenze regionali sul futuro della Libia

Una guerra diplomatica - e non solo -per procura. La Libia è divenuto un terreno di scontro tra diverse potenze regionali.
Oltre al deciso sostegno del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, nemico acerrimo dei Fratelli musulmani, Haftar può contare sull’appoggio degli Emirati Arabi Uniti e su una relazione sempre più amichevole con la Russia. Oltre ad un appoggio, più prudente e meno ostentato, ma pur sempre interessato, da parte della Francia. D’altronde è nel regno di Haftar, la Cirenaica, che i francesi hanno i loro interessi, anche petroliferi.
Sull’altro versante i Paesi che sostengono Serraj sono meno convinti, ma sono pur sempre attivi. Il loro interesse è non vedere il potente generale nemico degli islamisti (inclusi i Fratelli Musulmani) scalare il potere fino a divenire il solo uomo forte della Libia. Tra questi ci sono sicuramente la Turchia e il Qatar.
Il fatto che Serraj può contare sul sostegno - formale - delle Nazioni Unite, che gli hanno legittimano il mandato e lo riconoscono come unico Governo rappresentativo della Libia, non sta certo dissuadendo i Paesi che lo sostengono a non inteferire.
Il nodo delle milizie

In molte parti della Libia comandano loro: le milizie. Sono 150 quelle più influenti, armate fino ai denti, sostenute dalle diverse tribù e clan. Non è raro che siano più interessate a spartirsi i business più remunerativi – dalla torta energetica, al contrabbando di armi fino alla tratta di esseri umani - che a sposare e sostenere le politiche dei due Governi. Se non si coinvolgono milizie e tribù negli accordi di pace, cercando al contempo il loro disarmo, è impensabile giungere in Libia a un duraturo accordo di cessare il fuoco.

Chi sono i terroristi?
Su una cosa Haftar e Serraj sono d’accordo. I jihadisti dell’Isis sono terroristi. Ma su chi siano gli altri terroristi da combattere hanno le idee piuttosto confuse.
Per Haftar sono le fazioni islamiche, estremiste ma anche moderate. Che siano i jihadisti di Ansar al Sharia (gruppo qaedista) o le milizie di misurata. Che siano i predicatori d’odio dell’Isis o i membri islamici, vicini ai Fratelli musulmani che siedevano nel Parlamento ombra di Tripoli, alcuni dei quali sono stati coinvolti nel nuovo Governo di accordo nazionale.
«Tratteremo con loro usando le armi» ha affermato Haftar parlando della campagna contro i terroristi, aggiungendo che non ci sarà «nessun cessate il fuoco».
Forse sarebbe prima opportuno mettersi d’accordo contro chi usare le armi.

Il petrolio ancora nelle mani di Haftar

Per un paese “malato di petro dipendenza”, che vive di petrolio e gas, le risorse energetiche sono lo strumento indispensabile con cui amministrare il territorio.
Una gestione oculata è fondamentale. La buona notizia è che la produzione libica è tornata sopra il milione di barili al giorno.
Dall’estate del 2013, quando una serie di scioperi, sabotaggi e rivolte, avevano provocato la chiusura di molto terminali, la produzione era crollata. Nei momenti peggiori era scesa sotto i 200mila barili al giorno. Galleggiando comunque ad una media di 350-400mila barili dal 2014 al 2016 (era a 1,6 milioni di barili al girono prima della rivolta contro Gheddafi) . Il Paese rischiava la bancarotta. Non poteva più attingere così voracemente alle riserve monetarie custodite presso la Banca Centrale.

Il problema è che anche il settore petrolifero è spaccato in due. Lo scorso settembre le truppe Haftar hanno fatto irruzione
nei due maggiori terminal della Libia orientale per liberarli da una milizia che aveva bloccato l’export: Ras Lanuf e Sidra, per poi prendere possesso di altri due terminal, a Bengasi, e poi Brega. Giusto per avere un’idea da Ras Lanuf, Sidra e Brega parte oltre il 50% dell'export nazionale. Il Governo di Tripoli era subito insorto, arrivando a minacciare una rappresaglia militare. Haftar dichiarò subito di voler restituire i terminal alla compagnia petrolifera di Stato. Ma ha ancora conservato il controllo della loro sicurezza. E ancora oggi ha dalla sua uno straordinario strumento di pressione sul Governo di Tripoli.

In questo caotico quadro si inserisce la vicenda dello sbarramento navale itraliano davanti alle coste libiche, chiesto dal Governo di Serraj. Come la prenderà Haftar? E come reagiranno le milizie di Misurata e Sabrata?

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