Mondo

Il ministro delle Finanze ucraino: «Investimenti esteri per…

intervista a Oleksandr Danyliuk

Il ministro delle Finanze ucraino: «Investimenti esteri per ripartire»

(Afp)
(Afp)

ROMA - È costretto a guardare avanti, alla prossima riforma che il Parlamento dovrà votare, alla successiva misura contro la corruzione, alla riorganizzazione della macchina dello Stato. Vive, per necessità, ogni problema come una sfida: «Per non togliere forza al rinnovamento. Dobbiamo diventare un Paese che attrae investimenti, che favorisce chi vuole investire e fare impresa», tenendo fermo l’obiettivo di entrare nell’Unione, «una scelta, quella europea, fatta una volta per tutte dall’Ucraina con la “rivoluzione della dignità” nel 2014».

Oleksandr Danyliuk è dall’aprile dell’anno scorso ministro delle Finanze ucraino. Classe 1975, famiglia di scienziati, laurea in ingegneria, Mba negli Stati Uniti, dopo alcune esperienze nei fondi di investimento e alla McKinsey, è oggi una figura chiave nel governo di Kiev. Danyliuk gestisce direttamente i rapporti con il Fondo monetario e ha in mano le leve economiche di un Paese in guerra con i separatisti sostenuti dalla Russia, nel quale ancora resistono le rigidità ereditate dal passato sovietico, i poteri delle oligarchie. Per questo è costretto a guardare avanti: «Tre anni fa - spiega - eravamo in una situazione disastrosa, poi anche con l’aiuto del Fondo monetario internazionale e della Ue siamo tornati a respirare. Ora dobbiamo riuscire a convincere gli investitori che siamo affidabili, che fare business da noi e con noi è vantaggioso. E per farlo dobbiamo insistere sulle riforme, nel percorso che ci porterà nell’Unione europea».

“«Con l’aiuto dell’Fmi siamo tornati a respirare. Ora dobbiamo convincere gli investitori che siamo affidabili».”

 

Cosa è cambiato in Ucraina negli ultimi tre anni?

Dobbiamo partire da alcuni dati di fatto. Quella della Russia, con l’annessione della Crimea e poi il sostegno ai separatisti, non è stata solo un’aggressione militare ma anche un attacco diretto alla nostra economia per destabilizzarci. In poche settimane, nel 2014, abbiamo perso il 25% del nostro potenziale industriale e ci è stato tolto il 20% del Pil. Abbiamo dovuto rimpiazzare rapidamente la Russia che era il nostro secondo partner commerciale. Siamo stati obbligati a ricostituire le nostre riserve valutarie che erano scese da oltre 20 miliardi a 5 miliardi di dollari, praticamente zero per un’economia come la nostra. L’inflazione era schizzata al 60%, il bilancio pubblico era fuori controllo.

Poi cos’è accaduto?
Siamo riusciti a gestire con serietà la crisi economica e abbiamo avviato un percorso credibile di riforme. Il sostegno politico dell’Unione europea e degli Stati Uniti e soprattutto gli aiuti finanziari del Fondo monetario sono stati decisivi per ridare stabilità all’economia e al Paese. L’anno scorso l’economia ucraina è tornata a crescere del 2,3% e quest’anno l’espansione del Pil sfiorerà il 3% mentre i prezzi aumentano del 9% all’anno. Stiamo proseguendo con molta attenzione nel risanamento del bilancio pubblico: chiuderemo il 2017 con un deficit del 3% sul Pil mentre il debito è vicino al 90% del Pil, anche a causa di alcuni interventi straordinari come quello nel settore bancario che ci è costato 6 miliardi di dollari. Gli aiuti dell’Fmi che abbiamo fin qui ricevuto, all’interno del bailout da 17,5 miliardi di dollari complessivi, sono stati utilizzati quasi interamente per ripristinare le riserve valutarie che oggi sfiorano i 18 miliardi di dollari. L’economia ucraina già sente gli effetti positivi della nostra azione, dobbiamo fare in modo che anche la gente abbia vantaggi concreti dalla crescita.

Quali risultati avete ottenuto sulle riforme?
In primo luogo, dal 2014 abbiamo spinto sul decentramento delle competenze amministrative, assegnando alle regioni responsabilità e risorse. È una scelta che per noi ha funzionato molto bene in termini di semplificazione normativa e di efficienza. Abbiamo inoltre dovuto rivedere completamente la nostra politica energetica, cercando di sganciarci dalla Russia, diversificando, rivedendo le tariffe in base ai prezzi di mercato: come risultato, nel gas siamo passati da una perdita annua di 1,3 miliardi di dollari a un profitto di un miliardo di dollari. Il risanamento del bilancio pubblico è stato un altro elemento molto importante di cambiamento, al quale è seguita, per la prima volta, una programmazione fatta seguendo le linee di un bilancio triennale.

Il quarto passaggio che voglio sottolineare riguarda il sistema bancario. Con un’operazione estremamente complessa e rischiosa abbiamo di fatto nazionalizzato PrivatBank, la maggiore banca del Paese. Abbiamo tolto la proprietà a due oligarchi tra i più influenti del Paese, con interessi politici e nei media, dimostrando che oggi stiamo vivendo in un Paese diverso. Ora dobbiamo capire - tra privatizzazioni e un’eventuale badbank - cosa fare di un sistema bancario che per il 55% fa capo allo Stato e nel quale lo Stato si è accollato il 70% dei crediti deteriorati.

Il programma dell’Fmi prevede aiuti in cambio di riforme: siete in ritardo? cosa dovete ancora realizzare?
Con il Fondo monetario c’è una collaborazione costante e proficua che va oltre gli appuntamenti formali. Sulle pensioni abbiamo concordato tempi e modi di un nuovo regime che deve essere sostenibile, anche e soprattutto socialmente, e che dovrebbe entrare in vigore nei prossimi tre mesi. Il Fondo preme molto per la riforma degli organismi di contrasto alla corruzione, ai reati finanziari e alle frodi fiscali. In realtà è questo il motivo della mia presenza a Roma: stiamo definendo un sistema nel quale un’unica agenzia - che fa capo al ministero delle Finanze e che prende a modello la Guardia di Finanza italiana - avrà la responsabilità sulle indagini finanziarie, sulla polizia tributaria, sulle dogane, sull’intelligence finanziaria. Anche con il supporto e l’esperienza dell’Italia vogliamo creare un sistema più favorevole alle imprese che operano con correttezza. Per farlo dobbiamo partire dalle fondamenta, non possiamo semplicemente accorpare gli organismi che oggi hanno queste competenze.

Temete la corruzione dentro la macchina statale?
Il nostro ministero dell’Economia stima il sommerso in circa il 40% del Pil, altri arrivano al 50%, comunque è una parte enorme del prodotto nazionale. L’attività delle imprese viene compromessa da aste falsate, bandi e commesse poco trasparenti o anche da indagini lunghe, condotte malamente con eccessiva discrezionalità e senza controlli. Dobbiamo liberarci dell’eredità di numerose istituzioni che si sovrappongono e fanno le stesse cose generando così aree di inefficienza, abusi potenziali e corruzione. Ma c’è anche un problema di qualità: le truffe finanziarie attraversano le frontiere e abbiamo bisogno di avere intelligence molto forti, servono le persone più formate, le migliori. Vogliamo un sistema anticorruzione focalizzato, unico e depoliticizzato. Contiamo di arrivarci nei prossimi sei mesi.

Ci sono poi il mercato dei fondi agricoli e le privatizzazioni.
Sì, queste sono due altre normative che Washington ci chiede di adeguare. All’inizio del 2018 sarà operativa la riforma del mercato dei terreni che permetterà di mettere in circolo risorse indispensabili per l’Ucraina. Anche sulle privatizzazioni dobbiamo fare presto: riguarderanno le infrastrutture con il porto di Odessa, le imprese del settore energetico, alcune manifatturiere e le banche. Sono tutte decisioni che vanno prese per il bene della nostra economia, così come le riforme del sistema educativo e del sistema sanitario, che faremo e che non fanno parte delle richieste del Fondo.

Nel 2019 in Ucraina si terranno le elezioni generali, la campagna elettorale può bloccare le riforme?
Io credo che le elezioni non rallenteranno le riforme. L’Ucraina è molto cambiata in questi anni, i cittadini ucraini sono più consapevoli delle politiche che abbiamo bisogno di implementare. Gli elettori sono consapevoli dell’importanza dell’economia, dobbiamo essere capaci di comunicare meglio i risultati delle riforme.

L’elezione di Donald Trump ha cambiato qualcosa per l’Ucraina negli equilibri difficili con la Russia e nelle relazioni con la Ue?
L’Unione europea è sempre al nostro fianco e vediamo solo miglioramenti nel sostegno di Bruxelles all’Ucraina: riceviamo assistenza tecnica e supporto finanziario. La nostra ambizione è essere un partner affidabile dell’Unione per poi entrare a farne parte quando sarà il momento. La nostra agenda con gli Stati uniti è molto pragmatica, come sappiamo la politica può cambiare ma gli interessi economici restano. Se poi guardiamo alle azioni concrete dell’amministrazione Trump possiamo solo dire due cose: il sostegno militare degli Usa non è mai stato in discussione e, allo stesso tempo, le sanzioni contro la Russia a causa della crisi in Ucraina sono state confermate, anche dal Congresso americano.

“«La nostra ambizione è essere un partner affidabile dell’Unione, per poi entrare a farne parte quando sarà il momento».”

 

Qual è per l’economia dell’Ucraina la sfida più difficile dei prossimi anni?

Dobbiamo portare gli investimenti internazionali in Ucraina dopo che sono crollati con il conflitto nella parte orientale del Paese. Non possiamo fermare la guerra ma dobbiamo continuare nello sviluppo economico, abbiamo il dovere di far capire agli investitori internazionali che la guerra è circoscritta a un’area marginale del territorio nazionale. Dobbiamo cambiare la percezione che nel mondo hanno di noi, attrarre investimenti e insistere nel migliorare le condizioni ambientali per il business. L’Ucraina ha un accordo di libero scambio con l’Unione europea, abbiamo una situazione logistica molto favorevole e un costo del lavoro che non teme confronti. Possiamo seguire il percorso fatto dalla Polonia nello sviluppo economico. Ci sono molte differenze con Varsavia ma l’esempio è chiaro: le riforme vanno fatte con coraggio e senza ripensamenti. Solo così possiamo riconquistare credibilità e ripartire.

© Riproduzione riservata