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Utili a 50 miliardi per le «big five» hi-tech

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Utili a 50 miliardi per le «big five» hi-tech

  • –Riccardo Barlaam

Le «big five» dell’hi-tech nella settimana delle trimestrali che si è appena conclusa - a eccezione di Apple che presenterà i risultati del secondo trimestre martedì primo agosto - hanno superato i 3mila miliardi di dollari di valore di Borsa. Per poi ripiegare - si fa per dire - venerdì scorso, dopo i dati deludenti di Amazon, a quota 2.986,5 miliardi di dollari.

Miliardo più miliardo meno, Apple, Alphabet, cioè la holding che controlla Google, Microsoft, Amazon e Facebook valgono otto volte il Pil annuo della Norvegia. Tre volte quello di un continente come l’Australia. E ben ottocento volte la ricchezza annua prodotta da un paese in via di sviluppo come la Liberia.

Nel semestre appena concluso le cinque più grandi società tecnologiche del mondo hanno riportato un fatturato di 288,5 miliardi di dollari. E utili netti di poco sotto i 50 miliardi di dollari (48,9 per l’esattezza, considerando le stime sui conti di Apple).

Le società hi-tech dominano nei consumi, nel value brand e anche sui mercati finanziari. Nella classifica mondiale delle dieci migliori società per market cap, i primi cinque posti sono occupati, per l’appunto, dalle «big five». Altri due posti, le posizioni numero sette e otto, vanno sempre a due tech-company, le cinesi Alibaba e Tencent. Solo tre società su dieci, nella top ten, riguardano attività più tradizionali: alla posizione numero sei c’è la holding di Warren Buffett, la finanziaria Berkshire Hathaway. Nella nona e decima posizione ci sono la multinazionale farmaceutica e di prodotti per la persona Johnson & Johnson e la major petrolifera Exxon Mobile.

Così come in pochissime anni le società hi-tech hanno modificato le vite di ognuno di noi - chi avrebbe pensato vent’anni fa che avremmo fatto (quasi) tutto attraverso un piccolo schermo di un telefonino? - così la loro redditività, con una crescita roboante ai limiti della bolla, ha modificato anche la composizione dei listini finanziari. Le «big five» sono il carburante che guida la corsa di Wall Street e i suoi continui ritocchi sui massimi degli ultimi mesi. Una percentuale, su tutte, dà l’idea di quanto impattino sulle Borse: l’aumento del valore azionario da inizio anno. Ebbene, le azioni Apple - che è la società con maggiore valore di mercato al mondo, a quota 779,7 miliardi di dollari - dal primo gennaio sono aumentate del 29,14%. I titoli Alphabet (Google) hanno avuto un incremento del 20,57%. Quelli Microsoft del 17,36%. Ancora più significativa la variazione da inizio anno del valore azionario di Amazon - nonostante l’ultima trimestrale così così - che ha avuto un balzo del 35,6%. Tuttavia quella che guadagna di più in termini di incremento percentuale è Facebook, i cui titoli hanno riportato una crescita del 49,7% in soli sei mesi. Rendimenti stellari, difficili da comprendere se si fa riferimento ai parametri economici tradizionali usati per l’economia manifatturiera, pre-digitale. Ma come fanno queste società “virtuali”a creare così tanta ricchezza e ad accumulare miliardi di dollari noccioline in un bicchiere? Ognuna delle «big five» ha una sua unicità nel modo di generare fatturato attraverso l’economia digitale. Unicità che è la chiave del successo legata al prodotto innovativo o al servizio offerto. Facebook e Google fanno gran parte dei loro ricavi con l’advertising (il 97 e l’88%, rispettivamente). Assieme, il social network più diffuso al mondo (2,01 miliardi di utenti giornalieri) e il popolare motore di ricerca raccolgono più di un quinto di tutta la spesa mondiale in pubblicità.

Apple, la casa della Mela che in questi giorni ha fatto sapere che costruirà tre stabilimenti negli States seguendo l’invito del presidente Donald Trump a tornare a produrre nella sua «America first», genera il 63% dei ricavi dall’iPhone, e un altro 21% da iPad e dai computer Mac.

Il gigante dell’e-commerce Amazon realizza il 90% del suo giro d’affari dalla vendita online di prodotti e dai media (libri, film, streaming etc etc.).

Microsoft si discosta dalle altre quattro, perché ha un business più maturo, per così dire, e maggiormente diversificato: le fette più grandi della torta dei suoi ricavi sono quelle del pacchetto Office che gira nei pc di mezzo mondo (28% del fatturato), seguita dai server (22%), dai giochi e dall’Xbox (11%) e dalle licenze di Windows (9%) con una crescita significativa dei nuovi servizi digitali legati al cloud (+18%).

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