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Per «Rita» si preparano requisiti ridotti

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Per «Rita» si preparano requisiti ridotti

  • –Davide Colombo

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In primo piano le nuove misure, finalmente verso la pubblicazione i Gazzetta ufficiale, che consentono un ricorso più flessibile alla risorse cumulate nel proprio fondo complementare con la possibilità di accedere in via anticipata alla rendita per i disoccupati di lungo corso (almeno 24 mesi) e la facoltà di destinare anche solo una parte del Tfr alla previdenza complementare sulla base di intese collettive. In campo medio, con l’avvio previsto entro settembre di Rita in tandem con l’Ape volontaria, la possibilità di anticipare parte del montate cumulato beneficiando di un trattamento fiscale agevolato assimilato a quello delle rendite: 15%, ridotto dello 0,30% per ogni anno d’iscrizione al fondo eccedente il 15esimo, con un massimo fissato al 6 per cento. Sullo sfondo, l’avvio di un tavolo di confronto per una riforma a tutto campo della previdenza complementare.

A leggerle in questa sequenza le novità in arrivo per il secondo pilastro previdenziale non sembrano affatto un miraggio agostano. La sostanza questa volta c’è. E potrebbe rimettere in moto un sistema che, dieci anni dall’avvio della riforma e a oltre venti dall’introduzione della prima disciplina organica della materia, stenta ancora ad assumere dimensioni adeguate.

Ma quali passi in più si potrebbero compiere a questo punto? Il primo passa per uno svincolo di Rita, la rendita integrativa temporanea anticipata, dai requisiti Ape (20 anni di contributi versati e non più di 43 mesi dalla pensione di vecchiaia) per consentirne un utilizzo ancora più flessibile. Se ne sta discutendo al tavolo Governo-sindacati dedicato alla “fase due” degli interventi targati Nannicini-Poletti, un confronto che ora si potrà allargare agli aspetti più di struttura del sistema: dalla razionalizzazione dell’offerta alla governance ai profili fiscali, dopo la scelta fatta dal Governo Renzi di portare dall’11 al 20% il prelievo sui rendimenti annuali, mentre quello sulla rendita finale è rimasto al 15% con un decalage fino al 9% per ogni anno di iscrizione alla forma complementare.

Certo, il fatto che all’Esecutivo Gentiloni restino pochi mesi di vita non fa sperare in interventi epocali. Ma possono essere messe le basi per un riordino più vasto da adottare nella prossima legislatura. Con l’obiettivo di far crescere la platea degli aderenti a una forma integrativa (oggi non superano il 27% della forza lavoro) e riordinare l’offerta (le forme pensionistiche complementari sono ora 452: 36 fondi negoziali, 43 aperti, 78 piani individuali pensionistici (Pip), 294 preesistenti). Per non parlare di FondInps, il fondo residuale costituito nel 2005 per raccogliere il Tfr dei lavoratori che non hanno aderito a un fondo complementare e il cui contratto non ne prevede uno di tipo negoziale (erano 37mila a fine anno e meno di 6mila hanno effettuato un versamento, anche per questa ragione Covip ne propone la soppressione per legge). Altro tema che potrebbe entrare in questa ricognizione a 360 gradi riguarda la governance dei fondi, questione delicata e sulla quale il fronte sindacale e datoriale è piuttosto compatto: «In questi anni la governance dei fondi ha dato ottima prova di sé, almeno per i fondi negoziali - spiega Domenico Proietti della Uil - magari nel sistema bancario fosse andata allo stesso modo e con gli stessi risultati».

Per l’autorità del settore, la Covip, la strada segnata punta sul giusto obiettivo: una maggiore flessibilità in entrata ed in uscita dal sistema della previdenza integrativa.

L’unico scoglio resta sul fronte fiscale: tornare alle aliquote precedenti agli innalzamenti voluti da Renzi sulle rendite annuali dall’11 al 20% costa (480 milioni di gettito annuo). Ma i sindacati non mollano il pressing: «Siamo l’unico paese in cui i rendimenti annuali hanno un prelievo così elevato - dice ancora Proietti - e questi non sono investimenti speculativi. Bisognerebbe passare a una tassazione solo sulla rendita finale, con lo schema EET, come avviene nel resto d’Europa e com’è già per i fondi comuni di investimento».

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