Mondo

E il dollaro inverte la tendenza al ribasso

USA

E il dollaro inverte la tendenza al ribasso

  • –Maximilian Cellino

Occorreva un dato migliore delle attese sul mercato del lavoro degli Stati Uniti per far registrare un nuovo record, l’ennesimo, a Wall Street, ma soprattutto per permettere al dollaro di invertire la tendenza ribassista che in poche settimane l’ha visto sprofondare ai minimi da oltre due anni e mezzo su scala globale. È in effetti quello del biglietto verde il movimento più rilevante dopo la pubblicazione delle cifre sull’occupazione Usa di luglio, che hanno registrato una creazione di posti di lavoro superiore al previsto (209 mila anziché i 183mila preventivati in media dagli analisti).

Spingendo l’euro di nuovo sotto quota 1,18 e avanzando dello 0,8% nei confronti del resto delle valute del globo, il dollaro ha messo a segno la migliore seduta dell’anno. Per trovare un rialzo ancora più robusto occorre risalire a metà dello scorso dicembre, quando la Federal Reserve era tornata ad aumentare i tassi di interesse dopo una pausa di 12 mesi. E sono del resto proprio le attese sui futuri movimenti di Janet Yellen e soci ad aver influenzato il cambio, così come i tassi dei titoli di Stato americani, anch’essi ieri in crescita (all’1,35% la scadenza a 2 anni, al 2,27% il Treasury decennale).

I contratti future sui Fed Funds quotati al Cme rivelano che le probabilità implicite di una stretta da parte di Washington a dicembre sono tornate a crescere e hanno di nuovo superato, se pur di un soffio, la soglia del 50 per cento. Il fatto che metà del mercato sia ancora convinta che la Fed possa rinviare ogni mossa al 2018 la dice però lunga sull’incertezza che regna sul tema. «I dati sull’occupazione mantengono vive le probabilità di un aumento dei tassi a dicembre», conferma Luke Bartholomew di Aberdeen Am, che però avverte come «l’incremento che potrà essere registrato nella prossima occasione sarà più contenuto per effetto dell’inflazione, che richiederebbe una crescita salariale più forte di quella attuale» e ricorda anche che «sullo stesso tasso di inflazione Usa sono state registrate diverse false aspettative negli ultimi anni e proprio per questo motivo non è ancora opportuno esaltarsi».

In tema di tassi Usa la situazione resta insomma ancora estremamente aperta e fluida, e per spiegare un rimbalzo così eclatante del dollaro occorre probabilmente anche tenere presente l’atteggiamento generalizzato degli investitori fino a qualche giorno fa. La scorsa settimana le posizioni nette speculative ai danni della valuta Usa registrate dalla Commodity Futures Trading Commission avevano infatti registrato i massimi da oltre 3 anni e con un mercato così sbilanciato movimenti bruschi di ricopertura sono all’ordine del giorno.

In un contesto simile, il nuovo primato dell’indice Dow Jones (mentre S&P500 e Nasdaq stazionano comunque vicino i massimi storici raggiunti qualche giorno fa) rischia davvero di non fare notizia, anche se nel corso della seduta i listini hanno finito per limitare i guadagni a pochi decimi. Ben più rilevante, sotto questo aspetto, è stata l’avanzata delle Borse europee, con Milano in progresso dello 0,65% sostenuta soprattutto da Bper, Banco Bpm e Unipol, Londra dello 0,49% e Parigi dell’1,42 per cento.

Anche in questo caso la svolta della giornata è arrivata nel primo pomeriggio con il dato sul mercato del lavoro Usa: al di là dell’accelerazione della prima economia mondiale, gli investitori hanno anche visto probabilmente di buon occhio la frenata dell’euro, i cui valori iniziano a mettere in apprensione chi punta su competitività ed esportazioni. Non è infatti un caso se il Dax di Francoforte, ovvero l’indice che comprende il maggior numero di società export-oriented e che di recente ha di gran lunga sottoperformato il resto del Continente, è rimbalzato dell’1,18% archiviando la miglior seduta nelle ultime 3 settimane.

In modo del tutto coerente con quanto avvenuto negli Usa si sono infine mossi anche i titoli di Stato dell’Eurozona, i cui rendimenti sono cresciuti nel pomeriggio in sintonia con i Treasury. Il tasso del BTp decennale è nuovamente risalito oltre la soglia del 2% dopo un giorno di pausa, ma il suo distacco nei confronti del Bund tedesco con pari scadenza resta a 154 punti base, a testimonianza della mancanza di tensione sul debito italiano in questa fase di mercato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA