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Borse in frenata e caccia ai beni rifugio

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Borse in frenata e caccia ai beni rifugio

  • –Maximilian Cellino

Torna ad affacciarsi l’avversione al rischio su mercati finanziari finora insolitamente tranquilli in un mese d’agosto che spesso nel recente passato, anche a causa della minor liquidità in circolazione sui listini, ha regalato turbolenze. Stavolta sono le crescenti tensioni fra la Corea del Nord e gli Stati Uniti a impensierire gli investitori, a convincerli a mollare un po’ la presa su quelle azioni che avanzano quasi ininterrottamente da tempo e a spostare il denaro sui «rifugi» di sempre: il franco svizzero e lo yen (di cui si parla sotto), l’oro e anche i titoli di Stato di Germania e Stati Uniti.

Uno schema ben consolidato, quindi, che però è questa volta (almeno per il momento) non si attivato in misura dirompente. Le Borse hanno sì fatto un passo indietro - più in Europa (dove Parigi, Francoforte e Madrid hanno lasciato sul terreno poco più di un punto percentuale mentre Milano si è limitata a cedere lo 0,91%) che negli Stati Uniti per la verità - ma si è trattato di movimenti relativamente limitati e gli indici restano molto vicini ai massimi storici o pluriennali. Perfino la Borsa di Seul, in teoria la più sensibile a possibili «colpi di testa» del regime di Kim Jong-un, pur avendo perso ieri l’1,1%, viaggia ancora appena 4 punti al di sotto del record di tutti i tempi.

Sul perché non sia scattato il panico all’ennesima provocazione nordcoreana e alla susseguente risposta di Donald Trump si sono ieri esercitati molti analisti. Per Charles Himmelberg di Goldman Sachs, il mercato ha ormai preso le misure alla questione: «La nostra sensazione - spiega lo strategist - è che gli investitori si sentano sempre più a proprio agio con l’idea che le tensioni geopolitiche si risolvano inevitabilmente in colloqui diplomatici e in questo caso la scelta da attuare è acquistare ogni volta che i listini scendono per questi motivi: la conseguenza è che il mercato ha sviluppato una certa resistenza psicologica al prezzare i rischi geopolitici».

Detta con parole più semplici, il mercato non sembrerebbe pensare alla Corea del Nord come una minaccia seria per la stabilità finanziaria mondiale e ritiene che prima di passare ai fatti resti ancora ampio spazio per le diplomazie. E c’è pure chi, come Oliver Jones di Capital Economics, torna indietro con la memoria addirittura al 1962 e scomoda la crisi dei missili di Cuba: «In quel caso - ricorda l’analista - l’indice S&P 500 scivolò sì al ribasso non appena il presidente John Kennedy annunciò la scoperta, ma aveva già recuperato quasi tutte le perdite quando sei giorni dopo il segretario sovietico Nikita Kruscev annunciò che i missili sarebbero stati rimossi».

Paragoni azzardati a parte, l’idea è appunto quella che gli investitori utilizzino le tensioni politiche come pretesto per portare a casa qualche guadagno dalle azioni e per destinarlo a oro (ieri ai massimi da 2 mesi a 1.274 dollari l’oncia) o magari a Treasury e Bund (i cui rendimenti decennali sono scesi rispettivamente al 2,23% e allo 0,42%, minimo da fine giugno per il titolo tedesco). E ci si chiede anche quanta compiacenza esista in chi agisce sui mercati nel continuare a sottovalutare la variabile geopolitica.

Di certo questi ultimi hanno almeno sulla carta più di un buon motivo per guardare attraverso i classici occhiali rosa il futuro: l’espansione economica è all’opera a livello globale - con l’Europa che finalmente pare essere in grado di dare una mano al ciclo degli Stati Uniti che attraversa uno stadio decisamente più maturo - ma al tempo stesso la crescita non sembra essere tale da surriscaldare eccessivamente i motori e soprattutto da indurre le Banche centrali a ritirare rapidamente dal mercato quella liquidità che poi resta inevitabilmente la principale linfa vitale per chi investe. In attesa degli appuntamenti chiave di settembre, quando nel giro di due settimane prima la Bce poi la Federal Reserve saranno chiamate a dare lumi al mondo intero sulle proprie strategie, anche le schermaglie fra Kim Jong-un e Trump sembrano destinate a restare inevitabilmente in secondo piano.

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