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Kim minaccia missili su Guam

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Kim minaccia missili su Guam

  • –Gianluca Di Donfrancesco

La minaccia di un attacco missilistico sulla base militare statunitense di Guam, nel Pacifico: è la risposta di Kim Jong Un alle parole di Donald Trump, che poche ore prima aveva assicurato «fuoco e furia come il mondo non ha mai visto», se la Corea del Nord continuerà con le sue provocazioni. Se gli analisti sono pronti a scommettere che non si arriverà a un conflitto tra i due Paesi, la guerra di parole è già scoppiata.

Ieri, un portavoce dell’Esercito nordcoreano ha fatto sapere, attraverso l’agenzia di Stato Kcna, che il Governo sta «studiando attentamente» i piani per bombardare l’isola di Guam, territorio statunitense che ospita circa 163mila persone e un’importante base militare. L’operazione, ha aggiunto il portavoce, sarebbe pronta a scattare in qualsiasi momento, su ordine di Kim.

Se i toni muscolari di Trump dovevano servire a intimidire il dittatore, il risultato non è stato quello sperato. Secondo Jean Lee, del Wilson Center, l’aggressività del presidente statunitense rischia al contrario di fare il gioco di Kim, che ha bisogno di dipingere, agli occhi dei nordcoreani, gli Stati Uniti come un oppressore pronto ad attaccare il Paese e di ritrarre se stesso come un leader in grado di difendere la popolazione. Così, Pyongyang non ha esitato a reiterare le sue minacce di distruzione e morte, con «una guerra totale che spazzerà via tutte le roccaforti nemiche, incluso il territorio degli Stati Uniti».

Pechino, il principale sponsor di Pyongyang, è scesa in campo per calmare le acque: «La Cina invita tutte le parti a cercare una soluzione politica alla questione nucleare della penisola coreana e a evitare qualsiasi parola o azione che possa esacerbare il problema e condurre a una escalation», ha affermato il Governo in un comunicato consegnato alla Reuters. Ma tra i “pompieri” si è schierato anche un pezzo pesante dell’Amministrazione Usa, il segretario di Stato, Rex Tillerson. Non c’è «una minaccia imminente» in arrivo da Pyongyang, ha detto ai giornalisti sul volo di ritorno a Washington dalla visita in Malesia. «Gli americani possono dormire sonni tranquilli», ha aggiunto, sottolineando che la soluzione della questione è «il dialogo». Più duro il ministro della Difesa, James Mattis: «La Corea del Nord dovrebbe mettere fine alle azioni che potrebbero portare alla fine del suo regime e alla distruzione della sua gente», ha detto, aggiungendo però che «stiamo lavorando a una soluzione diplomatica». Funzionari dell’amministrazione Usa, che sono rimasti anonimi, hanno riferito alla Reuters che le affermazioni di Trump erano «spontanee e non pianificate» e che «non c’è stata alcuna discussione sull’escalation della retorica o sui suoi effetti». Le frasi di Trump, secondo questi funzionari, rischiano di spingere Kim a reazioni pericolose.

La Russia, per bocca dell’ambasciatore all’Onu Vassily Nebenzia, si augura che gli Usa desistano da qualsiasi mossa possa spingere la Corea del Nord a inziative pericolose: «La soluzione militare non è un’opzione». Anche la Germania ha preso posizione, chiamando in causa Pechino e Mosca, che «hanno una responsabilità particolare a fare tutto quello che possono per dissuadere la Corea del Nord dal cammino dell’escalation», ha affermato una portavoce del Governo.

Sabato, ottenendo un raro voto unanime grazie all’adesione anche di Cina e Russia, Washington era riuscita a convincere il Consiglio di sicurezza a varare una stretta sulle sanzioni contro Pyongyang, in riposta ai test missilistici intercontinentali di luglio. Secondo i suoi servizi di intelligence, Pyongyang avrebbe ormai sviluppato la tecnologia necessaria per miniaturizzare testate nucleari da montare sui missili e avrebbe a disposizione almeno 60 ordigni atomici.

In caso di conflitto, secondo gli analisti, gli Stati Uniti non avrebbero la possibilità di distruggere in un attacco preventivo tutti gli armamenti nucleari nordcoreani, perché troppo dispersi sul territorio. Ciò lascerebbe la Corea del Sud, il Giappone e le basi militari statunitensi alla mercé del contrattacco. E i 10 milioni di abitanti di Seul resterebbero comunque a tiro dell’artiglieria convenzionale.

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