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Seul tenta la strada del dialogo

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Seul tenta la strada del dialogo

  • –Gianluca Di Donfrancesco

Dopo lo scontro verbale dei giorni scorsi tra il presidente statunitense Donald Trump («scateneremo fuoco e furia sulla Corea del Nord») e il Governo di Pyongyang («distruggeremo l’avamposto americano di Guam»), tocca alla Corea del Sud cercare di abbassare la tensione e rilanciare la soluzione diplomatica della crisi. I 10 milioni di abitanti della sua capitale vivono a circa 50 chilometri dal confine con gli scomodi cugini: sarebbero loro il primo inevitabile bersaglio dell’arsenale di Pyongyang, se dalle minacce si passasse ai fatti.

«Tensioni militari o conflitti armati nella penisola coreana non sono nell’interesse di nessuno», ha affermato ieri un portavoce della presidenza della Corea del Sud, al termine di un vertice del Consiglio per la sicurezza nazionale. Il quale «ha deciso di attivare misure diplomatiche volte ad aiutare a stemperare la tensione», ha aggiunto, concludendo che Seul «lascia aperta la porta del dialogo alla Corea del Nord». Una presa di posizione coerente con l’indirizzo politico scelto dal presidente Moon Jae-in, che dal giorno dell’insediamento (il 10 maggio) ha subito teso la mano a Kim Jong Un, che però ha lasciato cadere nel vuoto l’invito al dialogo.

Poche ore prima, la stessa Corea del Sud, imitata dal Giappone, avevano dichiarato di essere pronta a reagire a qualunque forma di minaccia portata da Pyongyang alla base militare statunitense di Guam. Per nulla intimidita dai toni aggressivi di Trump, Pyongyang ieri mattina aveva infatti descritto nei dettagli il piano che sta mettendo a punto per un lancio dimostrativo di missili in direzione dell’isola già minacciata mercoledì. A metà agosto, ha fatto sapere la Korean central news agency, quattro missili balistici a medio raggio Hwasong-12, sorvoleranno il territorio del Giappone per cadere a 30-40 chilometri da Guam, «dopo un viaggio di 3.356,7 chilometri». Allo stesso tempo, un generale dell’Esercito ha dichiarato che con «un personaggio privo di ragionevolezza» come Trump, «il dialogo è impossibile» e soltanto «la forza bruta può funzionare».

I media di Stato nordcoreani hanno poi diffuso immagini di una mega manifestazione in piazza Kim Il Sung, a Pyongyang, con migliaia di persone accorse a sostegno del Governo. Insomma, il dittatore “pazzo” Kim, non arretra, vuoi per megalomania e paranoia, vuoi per la convinzione che solo l’atomica possa risparmiargli la fine di Saddam e Gheddafi.

A posteriori, la Casa Bianca ha cercato di inquadrare in un disegno strategico le dichiarazioni rilasciate martedì da Trump, che hanno poi condotto Pyongyang a rilanciare e che sono state criticate sia dai democratici che da esponenti del Partito repubblicano.

Uno dei consiglieri più vicini al presidente, Stephen Miller, ieri ha spiegato che gli Stati Uniti «hanno ereditato un approccio fallimentare su molti temi di politica estera e conflitti internazionali e proprio il nostro approccio all’impegno con il resto del mondo deve essere completamente ripensato». Ecco, secondo la versione della Casa Bianca, a questo servirebbe la minaccia di scatenare «fuoco e furia come il mondo non ha mai visto» sulla Corea del Nord. A rendere meno «fallimentare» la politica estera statunitense. Di questo cambio di strategia non sembra tuttavia siano stati avvisati ampi e importanti settori dell’Amministrazione, come il segretario di Stato, Rex Tillerson, che ieri aveva subito indossato le vesti da pompiere per smorzare i toni del suo “capo”. Salvo oggi far sapere che non ci sono divisioni a Washington e «gli Usa remano tutti nella stessa direzione».

Tra le righe delle dichiarazioni di Trump, ha aggiunto Miller, c’era in realtà un messaggio destinato alla Cina, che da mesi il presidente cerca di persuadere a tenere sotto controllo il vassallo nordcoreano.

Le tensioni potrebbero salire ulteriormente il 21 agosto, quando Stati Uniti e Corea del Sud terranno esercitazioni militari congiunte. Un’occasione d’oro per il provocatore Kim.

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