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La Spagna batte la crisi con produttività ed export

L’ESEMPIO DI MADRID

La Spagna batte la crisi con produttività ed export

Reuters
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La Spagna dopo dieci anni è tornata ai livelli di Pil che aveva prima della grande crisi. L’economia iberica da tre anni cresce di oltre il 3% all’anno: più di tutte le altre grandi economie dell’Eurozona, il triplo dell’Italia, il doppio della Francia, quasi il doppio perfino del prodotto lordo tedesco. E anche nel lavoro il recupero è più marcato che nel resto dell’Unione, dal 2014 il saldo occupazionale si incrementa in media di 150mila posti a trimestre. Resta tuttavia altissimo il tasso di disoccupazione, sopra il 17 per cento, e addirittura al 39% nella fascia più giovane della popolazione attiva (e il lavoro che viene creato è in gran parte stagionale e part-time).

La lunga recessione ha stravolto la vita di un Paese la cui economia dopo una fase di espansione tanto spensierata quanto gonfiata, è stata travolta dal crollo dei mercati finanziari mondiali, dallo scoppio della bolla immobiliare, dal crack del sistema bancario e dalle difficoltà dell’euro. Le politiche di austerity - imposte da Bruxelles e condivise con molta attenzione dal governo conservatore di Mariano Rajoy - hanno di certo sostenuto la credibilità di Madrid sui mercati finanziari, ma non hanno aiutato il reddito delle famiglie spagnole. Le stesse riforme realizzate, con coraggio, dalla maggioranza popolare - il mercato del lavoro, le relazioni industriali, la ricapitalizzazione delle casse di risparmio - sono state determinanti nel dare una scossa all’attività delle imprese, in cambio tuttavia di costi sociali altissimi e maggiori disuguaglianze. Le ferite nel Paese sono ancora evidenti mentre è chiaro che l’economia spagnola farà molta fatica a riassorbire i quattro milioni di disoccupati che le statistiche ufficiali ancora segnalano, su una popolazione totale di 47 milioni di abitanti.

«Le riforme strutturali della Spagna - dice Angel Talavera di Oxford Economics - e il processo di adeguamento dei costi hanno fatto aumentare in modo notevole la competitività, consegnando un enorme vantaggio per le esportazioni e mettendo fine a un modello di crescita che si è rivelato insostenibile. Ma il tasso di disoccupazione resta ancora elevatissimo e, non c’è dubbio, i lavoratori spagnoli sono oggi più poveri di quanto non fossero dieci anni fa».

L’aggiustamento più rilevante ha riguardato l’equilibrio con l’estero. Le esportazioni sono state la base sulla quale la Spagna ha costruito la ripresa e ora valgono un terzo del Pil. Nel 2016 le vendite spagnole all’estero hanno raggiunto il record assoluto di 254,5 miliardi di euro, nonostante il rallentamento degli scambi commerciali globali. E il primo trimestre di quest’anno è stato il migliore della storia per l’export spagnolo che con un aumento del 14,1% ha sfiorato i 70 miliardi di euro. Nel conto delle partite correnti, la Spagna è passata da un deficit quasi costante del 10% a un surplus: in definitiva - spiegano gli analisti di Oxford Economics - «il modello di crescita basato sul credito e sulla domanda interna degli anni Duemila è stato rimpiazzato da un modello più bilanciato e sostenibile che sfrutta in pieno la competitività delle imprese».

Il crollo del mattone, il vero elemento specifico della crisi spagnola, ha costretto la Spagna a cambiare: il settore delle costruzioni, ad alta intensità di lavoro e bassa produttività ha lasciato spazio ad attività a più alta produttività. «In realtà la produttività spagnola resta a livelli bassi - spiega ancora Talavera - ma ora cresce in linea con la produttività di gran parte dei Paesi europei e nella crisi la Spagna è riuscita a colmare il gap persistente che aveva negli scorsi decenni». Le imprese spagnole hanno riconquistato capacità di competere, a tutto vantaggio dell’export, soprattutto grazie al contenimento del costo del lavoro. I dati dell’Ocse mostrano chiaramente la divergenza della Spagna rispetto alle altre economie europee: fatto 100 nel 2010 il costo del lavoro per unità di output, nel 2016 la Spagna è scesa a 95,7 mentre l’Italia è salita a 103,9, la Francia a 105,9 e la Germania è arrivata a 110,5. Il ridimensionamento dell’immobiliare ha portato inoltre una pesantissima riduzione degli investimenti nel Paese: ma, anche qui, il calo fatto registrare dal mattone al quale si è affiancata, al fine di risanare il bilancio, la riduzione della spesa pubblica per investimenti, ha favorito il risveglio degli investimenti nella manifattura e nella tecnologia nelle imprese.

Le riforme di Rajoy - che resiste al governo(di minoranza) grazie alla scarsa opposizione socialista, nonostante abbia perso tre milioni di voti e nonostante l’affermarsi di movimenti di protesta come Podemos e Ciudadanos - hanno smosso l’economia: la flessibilità in uscita e le deroghe alla contrattazione nazionale hanno sostenuto le imprese e hanno offerto agli investitori un quadro più definito nel quale muoversi. «Ma la combinazione di bassa occupazione e contenimento dei salari - aggiungono gli analisti di Oxford Economics - ha costretto i lavoratori spagnoli a sopportare il peso maggiore della crisi». I consumi privati stentano a recuperare e ai salari aggregati mancano ben 30 miliardi di euro che avevano nel 2008. Il Pil è tornato ai livelli che aveva prima della crisi ma in Spagna ci sono oggi due milioni di occupati in meno di dieci anni fa.

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