Mondo

Germania, la leadership e le debolezze degli altri

berlino e la ue

Germania, la leadership e le debolezze degli altri

Afp
Afp

Negli ultimi dieci anni, la Germania ha assunto un ruolo di riferimento nella comunità globale. È l’unico grande Paese infatti ad aver fatto convivere con successo globalizzazione e benessere, tecnologia ed equità. Nel mezzo di una grave crisi di valori, tanto evidente a Washington, è logico cercare nel modello tedesco il punto di equilibrio tra le contraddizioni della comunità occidentale. Tuttavia esiste una ragione per cui anche chi è profondo amante della Germania deve interrogarsi sulla capacità di Berlino di guidare l’Europa. Questa ragione è che ciò che rende forte ed esemplare quel Paese è spesso proprio ciò che rende deboli gli altri.

Questa non è una piattaforma che consenta alla Germania di essere un riferimento e una guida nelle scelte politiche comuni.

È una considerazione che deve essere rivolta direttamente ad Angela Merkel, da tutti prevista alla guida anche del prossimo governo tedesco. Quando la cancelliera cerca ammirevolmente di mettere il Paese al centro degli equilibri internazionali, come un perno per la cooperazione, raramente ottiene risultati. L’ultimo vertice del G20 ad Amburgo, chiusosi senza accordi né sul clima né sul commercio internazionale, è solo la più recente testimonianza del peso ridotto di qualsiasi Paese europeo, anche della Germania, se agisce isolatamente dentro i nuovi equilibri geopolitici globali.

Tuttavia, quando la Germania propone legittimamente se stessa come termine di riferimento per gli altri Paesi verso un modello di successo che contempera efficienza ed equità, in realtà lo fa sulla base di un successo ottenuto non solo perché i tedeschi fanno molte cose meglio degli altri, ma perché le fanno talvolta a scapito degli altri. Il paradosso della Germania è che il modello tedesco ha più successo se lavora con una mentalità da società chiusa, contrapposto agli altri Paesi, ma in tal modo Berlino non riesce a guidare i partner se non sulla base di un rapporto di forza, anziché con l’esempio etico e l’orientamento politico verso una società aperta e prospera. Accusata di essere un’egemone riluttante, la Germania manca in realtà di leadership e non di egemonia.

Una parte notevole del vantaggio economico tedesco ha natura finanziaria ed è assicurato dallo status di porto sicuro dei capitali globali. L’origine di ciò risale a quando la Bundesbank garantì stabilità al Paese negli anni Ottanta e Novanta mentre le altre monete europee erano instabili. Ma questo risultato fu ottenuto solo a costo di far saltare gli accordi monetari europei nei primi anni Novanta e la stessa cosa sarebbe successa con l’euro negli ultimi anni se fossero prevalse le ricette monetarie di Issing, Stark e Weidmann. Ora il vantaggio finanziario si è tradotto in uno squilibrio tra Paesi con la stessa moneta ma rating diversi, e in svantaggi delle imprese che lavorano e si finanziano nei Paesi più deboli – le cui responsabilità non vanno ovviamente nascoste. Quando si chiede la condivisione dei rischi finanziari nell’euro-area, o la creazione di bond comuni, non si chiede di far pagare i debiti di un Paese a quelli di un altro, ma di sanare uno squilibrio che sta pregiudicando perfino il mercato unico europeo e i principi di libera concorrenza.

Il successo dell’economia tedesca viene spesso misurato con l’eccellenza delle esportazioni e quindi con i formidabili attivi della bilancia dei pagamenti. Ma anche in questo caso, considerare il saldo con l’estero un obiettivo in sé, significa accettare che si produca uno svantaggio per i partner commerciali. L’accumulazione di risparmio tedesco investito all’estero dovrebbe suggerire una mentalità diversa, cioè l’interesse al benessere dei Paesi che ricevono gli investimenti tedeschi. Il commercio estero è un punto delicato anche perché congiunge obiettivi politici e comportamenti privati e proprio questi ultimi sono emersi come eticamente critici.

Le cinque maggiori case automobilistiche tedesche hanno trainato l’economia del Paese, contribuendo a un terzo del suo surplus commerciale, anche attraverso pratiche collusive che finivano per escludere perfino i due produttori stranieri di auto in Germania (Ford e Opel). La manipolazione dei dati sulle emissioni diesel da parte di Volkswagen è un casus globale. Quando gli scandali della corruzione colpirono la politica e il capitalismo italiano negli anni Novanta, i vertici delle imprese, giusto o sbagliato, finirono quasi tutti in prigione. Che cosa sta succedendo ora in Germania?

Buona parte delle banche tedesche è inefficiente per dir poco, ma è esentata dalla vigilanza europea grazie alla disponibilità di risorse nazionali che in parte significativa vengono finanziate da afflussi di capitale dall’estero e questi sono la conseguenza della crisi degli altri Paesi europei. Anche in questo caso è la debolezza degli altri a rendere possibile la “leadership” tedesca. La retorica che circonda questi fenomeni crea delle camere di risonanza dentro i confini nazionali, perfino gli squilibri del sistema dei pagamenti europeo Target 2 (come ha osservato Antonio Foglia), anziché come un rischio a carico dei tedeschi può essere considerato una mutualizzazione dei rischi a beneficio dei creditori tedeschi. Chi vuole essere leader europeo deve uscire dalla camera di risonanza e non limitarsi a rafforzarsi, corteggiando il consenso degli elettori nazionali.

Deutsche Bank è stata sanzionata dal Senato Usa perché vendeva alle altre banche prodotti rischiosi e oscuri, al punto da essere definita come una delle cause della crisi globale del 2007. A Londra la banca è stata portata a giudizio per la manipolazione del Libor e per riciclaggio. Siemens, che negli anni Ottanta era considerata la grande corruttrice degli appalti internazionali, oggi finge di non sapere che due turbine a gas che stava vendendo a una società russa sarebbero finite in Crimea, consentendo a Mosca di chiudere le forniture dall’Ucraina e violando le sanzioni che proprio Merkel aveva chiesto agli altri Paesi europei di imporre.

Non è nemmeno necessario menzionare quello che è successo nel corso della crisi dell’euro, con partiti provinciali come quello bavarese o liberale, che dettavano condizioni fiscali ai Paesi partner per piccoli vantaggi elettorali. La politica tedesca ha esaltato lo squilibrio tra le prerogative del Bundestag o della Corte di Karlsruhe e le istituzioni degli altri Paesi. Il giudizio di principio emesso ieri della Corte costituzionale sulle operazioni della Bce ricorda un’osservazione di Max Weber secondo cui certe “immagini del mondo”, pur fondate su idee e princìpi, fungono da interruttori sotto la pressione e la dinamica degli interessi.

Anche la gestione della crisi dei rifugiati è stata esemplare per una serie di errori nell’azione collettiva. La cancelliera aveva aperto i confini ai siriani senza accordarsi con i Paesi vicini. Quando la reazione dei cittadini tedeschi ed est-europei l’ha costretta a cambiare strada, ha ottenuto un accordo comune per pagare la Turchia con soldi europei e chiudere le frontiere. Il problema ha finito per spostarsi in Libia e in Italia, ma la credibilità di una soluzione comune era stata danneggiata e ora nessun europeo, tranne forse proprio la Germania, mostra alcuna volontà di lavorare a una soluzione solidale.

Si potrebbero fare esempi simili con le imprese e le banche americane o con quelle di quasi tutti gli altri Paesi. Ma la retorica morale della Germania, il suo attaccamento a un’economia sociale di mercato e a obiettivi inclusivi, rappresenta una risorsa etica e culturale di cui tutti abbiamo bisogno. Tanto che negli anni passati, Berlino aveva assunto la leadership nel soft power globale e, dopo l’elezione di Donald Trump, la cancelliera Merkel era stata individuata come l’ultima leader del mondo libero. Non c’è un altro Paese in cui la riflessione politica preveda categorie come la responsabilità e la coscienza, e questo rende a molti di noi tanto cara la Germania, ma tutto ciò viene troppo spesso distorto, con l’inerzia egoistica dei forti, verso l’utilità primaria del Paese.

Dopo le elezioni di settembre, la cancelliera Merkel ha un’occasione eccezionale di rimediare a questo ultimo ostacolo, di natura morale, verso un legittimo ruolo di riferimento della Germania nella comunità globale, ma l’intero Paese, la politica, i suoi intellettuali e i suoi media, devono abbandonare le ipocrisie ed essere all’altezza degli standard di una società aperta europea.

© Riproduzione riservata