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E Beirut lancia la sua guerra allo Stato Islamico

Medio Oriente

E Beirut lancia la sua guerra allo Stato Islamico

Lontano dalle piazze europee attanagliate dall’inquietudine per la minaccia terroristica, una parte del mondo musulmano combatte la “sua” guerra all’Isis. Un conflitto sanguinoso ma anche ambiguo dove si confrontano eserciti, milizie e potenze straniere, in una contrapposizione etnica e settaria che cambia gli assetti del Medio Oriente, non ancora i confini ufficiali. Ma quella che vediamo sulla mappa è ormai una regione virtuale, riflesso su uno specchio deformante di quello che era un decennio fa il Levante arabo.

È paradossale ma lo Stato che in apparenza ne sta uscendo meglio è il più debole di tutti, il Libano, sconvolto negli anni 70-80 da una guerra civile senza quartiere, governato da un artificioso sistema di ripartizione confessionale del potere per tenere insieme 18 comunità religiose e una società frammentata. Un Paese di quattro milioni di abitanti che accoglie un milione di rifugiati siriani. Eppure oggi l’esercito libanese e gli Hezbollah sciiti vanno a caccia di jihadisti: finora lo hanno fatto insieme ma nell’ultima offensiva il governo di Beirut ha tenuto a separare la sua posizione da quella della guerriglia sciita e del regime di Assad. Sono gli americani che dal 2006 hanno fornito al Libano più di 1,5 miliardi in assistenza militare.

Quindi il governo libanese fa finta di non avere bisogno di coordinarsi con gli Hezbollah filo-iraniani mentre gli americani fanno finta di lanciare un’operazione anti-terrorismo senza le milizie sciite sul campo, nemici giurati dei jihadisti sunniti, i più coriacei avversari di Israele e dei sauditi, i maggiori alleati di Washington nella regione. In Libano gli Hezbollah sono una sorta di Stato nello Stato e nel 2006, con la guerra dei 33 giorni contro Israele, hanno toccato l’apice della popolarità anche tra i sunniti, poi precipitata perché le milizie dipendono strettamente dall’Iran e dal regime di Damasco la cui sopravvivenza per Hezbollah è vitale.

Tutto cominciò nella Città del Sole, dove alle colonne e ai cortili maestosi dei templi di Giove e di Bacco i seguaci dell’occulto attribuiscono poteri magici. Fu a Baalbek, l’antica Heliopolis, che nei primi anni ’80 arrivarono, con l’appoggio dei siriani, i primi Pasdaran, le guardie della rivoluzione iraniana. Nella moschea lo sceicco al-Tufeili catturava folle di giovani sciiti con le parole d’ordine di Khomeini e ancora oggi il volto severo dell’Imam Musa Sadr è accoppiato alla foto di Nasrallah. È attraverso la Siria che arrivavano uomini e armi iraniane nella valle della Bekaa, come si è visto molte volte nei conflitti con Israele. Nel 2006 i siriani di Assad accolsero i rifugiati libanesi e le famiglie degli Hezbollah che poi hanno ripagato il regime di Damasco combattendo strenuamente contro i ribelli sunniti nelle montagne del Qalamoun.

È qui, tra la Bekaa e il Qalamoun, che stanno risalendo le truppe libanesi e degli Hezbollah nella caccia ai jihadisti. L’operazione è stata preceduta da un’offensiva militare compiuta proprio dagli Hezbollah che ha costretto i miliziani affiliati ad al-Qaida ad abbandonare la città di Arsal. Toccherà adesso all’esercito libanese attaccare l’Isis. Ma non c’è ancora la carneficina che forse tutti si aspettavano perché in seguito a un accordo con gli Hezbollah e il regime di Assad il fronte Tahrir al-Sham, concorrente di al-Qaida, ha già evacuato 8mila combattenti con i loro familiari nella città siriana del Nord di Idlib, nuova capitale del jihadismo.

Paradossalmente oggi forse l’unico elemento che impedisce una deflagrazione dello scontro frontale tra Washington e Teheran è la presenza dello Stato islamico, nemico tanto dell’Occidente quanto dell’Iran sciita. Ma cosa accadrà una volta che sarà sconfitto?

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