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La necessità del lutto per i morti delle Ramblas

fuori dal coro

La necessità del lutto per i morti delle Ramblas

(LaPresse)
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L’attentato del 17 agosto a Barcellona, alle Ramblas, per la provenienza cosmopolita delle vittime e dei feriti, ha suscitato, e suscita, molti commenti, quasi tutti orientati a ripetere, insieme alla esecrazione per l’attentato, la difesa dei valori dell’Occidente, principale dei quali sarebbe una libertà che si esercita nel movimento verso luoghi-idolo, che meglio ci identificano che non le comunità locali nelle quali, con fatica, si è costretti a vivere.

L’analisi, che si ripete anche questa volta, mi pare carente e fuorviante: e, senza preamboli, mi permetto di dire, sommessamente, che mi sarei atteso che le Ramblas, pedonali, fossero chiuse, almeno per 48 ore, per rispetto e per lutto, sì per lutto, per le persone scomparse.

Permettere che il commercio, il passeggio, il su e giù dei turisti (perché altro non c'è nelle Ramblas) riprendessero come nulla fosse, appena rimossi i segni di morte, non è solo un’offesa alle vittime, ma ancora il cedimento speculare alla visione che anima gli assassini.

Qui, come a Nizza, essi falciando pedoni ignari dichiarano che l’uomo non valle nulla; è un birillo da buttar giù in fretta; ma la riposta che diamo è del tutto simmetrica: anche noi diciamo che l’uomo non vale nulla, perché occultiamo nell’indifferenza la morte, e riprendiamo al più presto i traffici quotidiani.

La libertà è il frutto della dignità di ogni singolo uomo, non ne è il presupposto. Non fermarci di fronte alla morte, non circondare quei nomi di un silenzio ampio e collettivo (che cos’è un “minuto di silenzio” di fronte a tanti anni di tante vite spente per sempre?), è confermare – anche da parte nostra - che la vita non vale nulla; che si può tornare a calpestare il selciato ancor caldo di sangue e di morte.

È anche far sapere ai terroristi che, se non bastano 14 o 87 vittime a fermarci, essi dovranno procurarne ancora di più, ancora più selvaggiamente (e infatti il progetto di strage era ben più sinistro). No, dobbiamo fermarci; dire che quelle vittime sono i nostri figli che amiamo, per i quali dobbiamo portare e porteremo un lungo lutto, di riserbo, di sollecitudine, di vigilanza.

Personalmente, ringrazio i turisti italiani che sono partiti da Barcellona il giorno dopo: in modo semplice agli intervistatori hanno detto che, dopo quelle morti, nulla – per loro - era più come prima. Occorre uscire dall’inganno della “festa che continua”, della “vita che continua”: occorre assumere con coraggio il peso, più difficile, che una lunga vacanza dello spirito e della responsabilità è finita.

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