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Se l’«arma» di internet cade nelle mani dello Stato islamico

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Se l’«arma» di internet cade nelle mani dello Stato islamico

(Reuters)
(Reuters)

La scia di attacchi terroristici che continuano a segnare e insanguinare la storia recente hanno riportato in primo piano il problema – in realtà mai sopito – della necessità di arginare i tentativi di compiere attentati da parte delle organizzazioni terroristiche all’interno dei confini dell’Unione Europea anticipando le intenzioni dei futuri attentatori. Infatti, l’ultimo rapporto annuale dell’Europol pone in evidenza come nel 2016 siano stati ben 142 gli attacchi terroristici portati a segno all’interno dei confini dell’Unione Europea, con una concentrazione delle attività in soli 8 Paesi membri, ovvero Belgio (4 attacchi, tutti di matrice jihadista), Francia (23 attacchi, di cui 5 di matrice jihadista), Germania (5 attacchi, di cui 4 attacchi di matrice jihadista), Grecia (6 attacchi), Italia (17 attacchi), Paesi Bassi (1 attacco), Regno Unito (76 attacchi) e Spagna (10 attacchi). Inoltre, i 13 attacchi terroristici di matrice jihadista hanno portato alla morte di ben 135 persone e al ferimento di 374 individui.

Gli attentati terroristici nella Ue nel 2016

L’Europa sotto attacco

Contestualmente, sempre nel 2016, sono stati ben 1002 gli individui arrestati per reati connessi al terrorismo in 17 Paesi Membri, di cui ben 718 motivati proprio dallo svolgimento di attività terroristiche di matrice o d’ispirazione religiosa. In particolare, la maggiore concentrazioni di arresti è avvenuta anzitutto in Francia (456 arresti, di cui 429 per affiliazione al network jihadista), ma anche in Spagna (120 arresti, di cui 69 per affiliazione al network jihadista), in Belgio (65 arresti, di cui 62 per affiliazione al network jihadista) e Regno Unito (149 arresti per motivazioni non meglio specificate), mentre l’Italia si è attestata a 38 individui arrestati di cui 28 presumibilmente appartenenti all’Isis. Tra i 1002 arrestati ben 437 sono risultati essere cittadini europei.

Considerate queste cifre, il numero sempre più elevato di cittadini europei coinvolti in azioni terroristiche di matrice o d’ispirazione jihadista ha portato – già da tempo – gli esperti del settore a riflettere in maniera sempre più attenta e approfondita sui metodi e i mezzi utilizzati dalle organizzazioni terroristiche per radicalizzare e plasmare la mente dei futuri terroristi, nonostante la loro vicinanza per nascita e per cultura ai principi occidentali, nonché la loro distanza dai territori di radicalizzazione delle dottrine religiose.

Propaganda online

In quest’ambito, uno degli strumenti maggiormente utilizzati ed efficaci è senza dubbio la rete internet. È attraverso questo strumento, infatti, che i gruppi terroristici hanno sempre più ridotto – dal 2001 in poi – le distanze geografiche con i loro adepti, alimentando così il loro coinvolgimento emotivo e l’adesione ai principi della jihad e del martirio.

L’Islamic State of Iraq and Syria (Isis) rappresenta senza ombra di dubbio il gruppo terroristico che più di tutti ha sfruttato e sta sfruttando internet e le tecnologie per svolgere attività di proselitismo, reclutamento, propaganda, raccolta fondi, nonché per il coordinamento operativo e tattico. Non è certamente un caso, infatti, che il 18 luglio dello scorso anno, dalle pagine di un articolo pro-Isis della al-Wafa Foundation, l’attivista Abu Marya al-Aseef sia tornato a incitare tutti i musulmani a commettere attacchi terroristici proprio sul territorio spagnolo o a rapire i cittadini spagnoli presenti in Marocco, Tunisia, Algeria, Mauritania e Libia per scambiarli con prigionieri musulmani. Una “chiamata alle armi” che oggi – con il senno del poi – potrebbe apparire come la miccia che ha innescato la follia omicida a Barcellona e Cambrils.

Dall’esaltazione alla vendetta

Con la prosecuzione delle indagini, la realtà dei fatti si dimostrerà ovviamente molto più complessa, ma ciò che occorre immediatamente evidenziare è come la strategia di comunicazione pubblica del sedicente Stato Islamico sia ormai completamente cambiata: dai messaggi che inneggiavano alla retorica di un Islam forte e vittorioso, a quelli attuali tesi ad incitare la vendetta dei musulmani contro l’Occidente per presunti attacchi contro l’Islam.

Appare evidente, allora, come la rete internet abbia attualmente un ruolo più che rilevante in questo contesto, incentivando, intensificando ed accelerando il normale processo di proselitismo e di radicamento dell’ideologia terroristica. Tuttavia, monitorare costantemente la rete internet alla ricerca dei fenomeni poc’anzi descritti costituisce – com’è facile immaginare – un’attività quanto mai complessa, particolarmente avida di risorse economiche, umane e di tempo, nonché portatrice di scarsissimi e temporanei risultati. Al fine di provare ad arginare l’evidente dilagare del fenomeno, può essere senz’altro più opportuno concentrare gli sforzi investigativi dei servizi segreti e delle Forze dell’Ordine verso un “prototipo” di soggetto agente.

L’identikit del terrorista

Nonostante l’analisi risulti necessariamente incentrata solo su alcuni personaggi di spicco che si sono avvicendati nel tempo, il quadro delineato appare comunque utile per tracciare una linea comune di estrazione e di comportamento capace di caratterizzare i soggetti che a vario titolo possono ruotare oggi giorno all’interno del mondo della propaganda terroristica.
Il primo elemento utile che emerge è senz’altro relativo al sesso e all’età. Infatti, la totalità dei casi analizzati riguarda soggetti di sesso maschile, mentre la forbice d’età verso cui rivolgere l’attenzione è allo stato attuale identificabile nella fascia compresa tra i 20 e i 35 anni, con un trend di maggiore propensione soprattutto nei più giovani, ovvero tra i 20 e i 25 anni. Ciò è facilmente comprensibile anche in ragione della maggior inclinazione degli utenti di quest’età nel restare affascinati e vittime proprio delle attività di propaganda e radicalizzazione effettuate attraverso la rete Internet. Il nord dell’Africa, inoltre, appare essere il bacino di origine etnica maggiormente attivo soprattutto nei giovani trasferiti o nati direttamente in Europa o più in generale in Occidente, laddove l’area del Golfo Persico, invece, rappresenta il luogo di origine delle attività dei giovani ancora residenti nelle proprie zone di nascita.

La «seconda generazione»

I soggetti analizzati, peraltro, appaiono mediamente scolarizzati e alcuni di loro si caratterizzano anche per avere formazione universitaria, soprattutto se di “seconda generazione” o residenti da tempo in Occidente. Di contro, invece, non appare particolarmente decisiva la presenza in questi soggetti di spiccate capacità in ambito informatico. Se è vero che una certa propensione verso questi temi caratterizza ormai la maggior parte dei giovani della fascia di età indicata, la vera formazione sulle tecniche per la comunicazione sicura, la crittografia, l’utilizzo delle cosiddette “darknet” e così via avviene in un secondo momento direttamente all’interno dei canali di discussione e dei siti jihadisti.

Sul piano comportamentale, inoltre, la caratteristica più rilevante è certamente quella dell’incapacità di queste persone di raggiungere un buon livello d’integrazione nei Paesi di nascita o di approdo. Mancata integrazione che, peraltro, nella quasi totalità dei casi viene ampiamente dissimulata all’esterno (anche all’interno delle moschee) e sul luogo di lavoro (spesso precario). Seppure non si tratti mai di individui completamente isolati, questi soggetti trascorrono la maggior parte del loro tempo libero su Internet, creando all’interno dei forum e dei siti jihadisti il loro “vero” mondo di relazioni, di riconoscimento e di riscatto sociale e personale.

Nelle prime fasi del loro impegno per la causa jihadista, inoltre, questi soggetti – spesso accomunati da un vero e proprio “disturbo evitante di personalità” – non intendono prendere parte in prima persona alla guerra religiosa che si impegnano a propagandare. Con il passare del tempo, tuttavia, soprattutto i giovani di “seconda generazione” manifestano dapprima la voglia di visitare i luoghi di origine della propria famiglia e, in un secondo momento, tendono a sviluppare (spinti anche dall’esterno) l’esigenza di visitare i campi di addestramento e di prendere parte attivamente alle attività terroristiche. Si chiude così il cerchio: il processo di propaganda e radicalizzazione dell’ideologia estremista, infatti, si compie principalmente proprio negli stessi individui che si impegnano a propagandarlo.

Per queste persone, quindi, l’odierno processo di radicalizzazione assume una veste inversa rispetto al passato: parte dal basso per provare a raggiungere il vertice. Questi giovani, infatti, come ribadito più volte sempre più spesso di “seconda generazione”, dopo un primo contatto con l’ideologia jihadista in famiglia o attraverso i pochi amici/conoscenti, intraprendono autonomamente un percorso solitario e silenzioso di ricerca e scoperta individuale dell’ideologia jihadista attraverso la rete internet, radicalizzandosi e offrendo spontaneamente il proprio aiuto per la causa, sperando di essere “notati” dal vertice.

*Presidente Commissione Sicurezza Cibernetica del Comitato Atlantico Italiano

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