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Roma, Parigi e Berlino: «La Ue freni gli investimenti cinesi»

LETTERA DEI MINISTRI DELL’INDUSTRIA

Roma, Parigi e Berlino: «La Ue freni gli investimenti cinesi»

(Afp)
(Afp)

Nessun commento dal governo sull'interesse cinese nei confronti di Fca. Né ipotesi di interventi che sarebbero assolutamente prematuri prima che contorni ancora molto nebulosi si chiariscano. Quello che invece al momento è nero su bianco, contenuto in un documento condiviso con Germania e Francia e inviato alla Commissione europea, è un dettagliato progetto di rafforzamento del “golden power” europeo, più in particolare dei poteri di interdizione nei confronti di investimenti condotti da imprese di Paesi terzi che operano secondo regole non di mercato o che non rispettano parità di trattamento e pongono barriere ad acquisizioni operate da aziende europee.

Il documento che filtra da Bruxelles è datato 28 luglio e fa seguito a una prima lettera congiunta di febbraio. Nessuna menzione diretta della Cina, sebbene siano soprattutto gli investimenti sussidiati da Pechino e diretti ad aziende ad alto contenuto tecnologico ad aver impensierito negli ultimi anni le tre potenze industriali europee, a partire da quello che nella letteratura in materia è considerato un caso da manuale: l’acquisizione dell’azienda tedesca di robotica Kuka.

La difesa degli asset strategici ha acquisito negli ultimi mesi una rilevanza sempre maggiore e il 13 settembre il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, nel discorso sullo Stato dell’Unione, dovrebbe presentare un’iniziativa in materia.

La proposta preparata dai tre ministeri dell’industria è articolata in cinque punti.

Il primo capitolo specifica che la regolamentazione europea non dovrebbe sostituirsi a quella dei singoli Stati e dovrebbe basarsi su un meccanismo di consultazione tra Stati e Commissione quando un’operazione può avere impatti su più di un Paese. Si applicherebbe ai casi in cui investitori non Ue acquisiscono per la prima volta, direttamente o indirettamente, diritti di voto per esercitare influenza sulla società target o se un investitore aumenta la sua quota. Sotto monitoraggio dovrebbero finire anche acquisizioni “filtrate”, dove cioè agisce un investitore europeo surrettiziamente controllato da una società non Ue.

Al secondo punto, si specifica che gli Stati membri dovrebbero notificare alla Commissione tutti gli investimenti esteri, eccetto quelli nella Difesa, ogni sei mesi, allo scopo di consentire il coordinamento di Bruxelles che elaborerebbe ogni due anni un report con tutti i sussidi e gli aiuti di Stato messi in atto dai Paesi di origine degli investimenti.

Il terzo capitolo è decisivo: gli Stati membri dovrebbero poter porre condizioni o proibire investimenti se provenienti da Paesi in cui gli investitori europei non ricevono parità di trattamento rispetto a quelli domestici oppure se c’è disparità rispetto alle regole con le quali l’Europa accoglie capitali stranieri.

Si specifica al punto quattro che gli Stati membri avrebbero il diritto di esaminare, per rilevarne la compatibilità con le regole di mercato, gli investimenti condotti nei settori strategici – da individuare successivamente – e in generale quelli relativi a società target che sviluppano “tecnologie abilitanti” per lo sviluppo di un Paese (lo Stato potrebbe richiedere un parere consultivo alla Commissione). Le barriere si innalzerebbero quando viene provato che l’investimento è surrettiziamente supportato da agenzie o da fondi governativi (fino a formulare offerte fuori mercato) o è parte di una strategia di politica industriale per far prevalere interessi nazionali (in sostanza sottraendo know how e tecnologia europea).

Infine, la proposta chiarisce che eventuali futuri trattati tra Paesi Ue e Paesi terzi non dovranno precludere la possibilità di ricorrere a questi strumenti o comunque dovranno regolare in modo esaustivo la materia.

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