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La svolta di Trump sull’Afghanistan e gli interessi degli Stati Uniti

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La svolta di Trump sull’Afghanistan e gli interessi degli Stati Uniti

Al discorso di Donald Trump sull’Afghanistan, alle tesi dei generali, si aggiunge ora la diplomazia americana: il segretario di Stato Rex Tillerson è intervenuto 24 ore dopo le parole di Trump, offrendo misure concrete in appoggio all’azione militare. In particolare ha minacciato senza troppi giri di parole il Pakistan: se non aiuterà a neutralizzare i talebani che si rifugiano al confine e persino all’interno del Pakistan vi saranno conseguenze materiali sia negli aiuti americani che nei rapporti fra i due paesi. Quest’ultima minaccia è stata affiancata da un elogio dell’India, nemico giurato di Islamabad, per l’aiuto che fornisce nella lotta ai talebani e nel tentativo di stabilizzare il Paese.

La politica estera americana insomma ha mostrato una parvenza di coordinamento. Fatto non secondario perché finora abbiamo avuto sei mesi di presidenza da ottovolante, di voltafaccia inattesi e decisioni autolesioniste. Ma forse siamo alla volta buona. È plausibile che con l’annuncio sulla strategia afghana Donald Trump ci abbia anche voluto dire di essere davvero cambiato. Con l’annuncio dell’altra notte, per quanto vago, il presidente americano ha scelto gli interessi globali degli Stati Uniti contro le sue promesse elettorali per un disimpegno totale e contro il suo «istinto», come ha detto lui stesso nel discorso. È stato quello un passaggio importante, sia per il cambiamento di rotta sull’Afghanistan ovviamente, sia per l’apparente autocritica al mondo di assolute certezze dietro al quale si è da sempre trincerato questo “accidentale” presidente americano. Nel discorso infatti, Trump ammette che al di la’ delle promesse elettorali «quando ci si siede dietro la scrivania dell’Ufficio Ovale le cose cambiano». È la prima volta. Ammettere che il suo istinto non sia sempre corretto o che le cose possano cambiare diventa per Trump un presupposto per gettare alle ortiche promesse elettorali e forse chissà, atteggiamenti da sempre sopra le righe.

Nel discorso pronunciato da Trump in grande solennità alla base militare di Fort Myer ad Arlington in Virginia, c’è dunque una doppia lettura, quella militare e afghana, certo. Ma c’è anche un rifiuto accennato del suo modus operandi, finora confuso, convulso, contraddittorio, sorprendente e troppo spesso per lui controproducente (cosa di cui si rende conto). Quanto questo passaggio, dopo l’uscita di Stephen Bannon dall’orbita del potere dell’Amministrazione sia il preludio per una stabilità “organica” della sua amministrazione nei mesi a venire non possiamo ancora saperlo. Così sembrava già ai primi di marzo, quando il generale HR McMaster arrivò alla Casa Bianca alla guida della Sicurezza Nazionale. Poi le difficoltà, le contraddizioni, i cambiamenti di umore e, soprattutto, il ruolo centrale dell’anima nera Bannon, continuarono. Oggi però è passata molta acqua sotto i ponti e su alcune dinamiche possiamo intravedere un percorso, proprio a partire dal ruolo dell’anima nera Bannon che a questo punto dovrebbe essere fuori per sempre.

In molti infatti a Washington temono che da fuori Bannon continuerà ad essere una presenza forte, una spina nel fianco dell’Amministrazione, che userà il pulpito di Breitbart News per mobilitare la base Alt Right ed esercitare pressioni sul presidente dall’esterno. Ci proverà. Ma senza il megafono dell’Ufficio Ovale, senza il rapporto diretto con il presidente degli Stati Uniti, Bannon rappresentera’ d’ora in avanti solo se stesso e poche migliaia di scalmanati: la sua arma retorica rivoluzionaria, isolazionista, anticinese e antistato adesso è spuntata. La svolta adesso, almeno per lui, è definitiva.

Ci sono infatti alcuni passaggi che vanno chiariti nella dinamica del potere alla Casa Bianca di Donald Trump: l’approccio all’Afghanistan del presidente non e’ cambiato perché Stephen Bannon è uscito di scena (anche se le cose si sono succedute a distanza di giorni). L’annuncio dell’altra notte non è il frutto di una scelta umorale o improvvisata di Trump seguendo il vento che tira. Piuttosto Bannon era già stato esautorato, molto prima di Charlottesville, quando, ancora in luglio, il presidente aveva deciso di seguire la linea dei generali che conoscono il territorio afghano: sia H.R. McMaster Capo della Sicurezza Nazionale che Jim Mattis capo del Pentagono hanno passato anni in Afghanistan. Il primo, alla guida della missione, ha visto molti dei suoi soldati cadere al fronte. Il secondo alla guida della squadra anticorruzione ha compreso dinamiche che da lontano posso essere solo intuite, ma non necessariamente comprese. Fino ad allora c’erano altri fedelissimi di Bannon alla Casa Bianca (alcuni sono già stati epurati, altri lo saranno) e insieme battagliavano con le unghie e coi denti. Bannon stesso cercava di recuperare, rispetto alle decisioni di luglio e cercava di estromettere McMaster dalla sicurezza Nazionale.

La svolta per l’uscita di Bannon l’abbiamo quando alla guida del Gabinetto arriva John Kelly, altro generale, deciso a portare ordine alla Casa Bianca. Trump capisce che ha bisogno di aiuto da parte di persone serie. Inoltre si convince che Bannon sta portando avanti una sua agenda contro l’interesse della presidenza orchestrando fughe di notizie e interventi coordinati di opinionisti dell’estrema destra. Anche se stima ed è grato a Bannon per l’aiuto in campagna elettorale, per lui ma anche per Jared Kuschner, suo genero e sua figlia Ivanka, è troppo. Il destino di Bannon è affidato a Kelly. È lui a dire a Bannon alcune settimane fa, prima della crisi con la Corea del Nord e prima di Charlottesville, che se ne deve andare. Si concorda un’uscita “onorevole”. La prima data è fissata per il giorno dopo l’anniversario dell’ingresso di Bannon in campagna elettorale, il 14 agosto. Poi l’intervista di Bannona un sito della sinistra in cui criticava Trump sulle minacce alla Corea del Nord. Poi gli incidenti di Charlottesville e le infelici uscite di Trump che sembravano giustificare neonazisti, razzisti e Ku Klux Klan. A quel punto sono stati gli “amici” di Trump a convincerlo a licenziare “subito” e senza troppi complimenti Bannon. Gli “amici” sono Steve Roth, Tom Barrack, Richard LeFrak, amici di una vita, quelli di cui Trump si fida e con cui si confida con i quali ha avuto lunghe conversazioni rispettivamente lunedi’, martedi e mercoledì della settimana scorsa, dopo Charlottesville.

Questi dettagli sono importanti perché ci confermano un quadro di isolamento di Bannon e nella doppia personalità di questo presidente il prevalere, nei momenti chiave, dell’anima razionale rispetto a quella improvvisatrice ed estremista. Quella stessa personalità che gli ha consentito di decidere di inviare un nuovo contingente in Afghanistan contro le sue promesse elettorali e contro le aspettative della sua base più fedele. La sua non è stata una decisione leggera. Abbiamo saputo che ci sono stati incontri difficilissimi a Camp David, incontri in cui Trump ha messo in dubbio la credibilità dei suoi stessi generali. Poi si è convinto che dopo 16 anni di presenza in Afghanistan, andarsene ora sarebbe stato equivalente a gettare la spugna, a tradire il sacrificio dei 2000 soldati americani morti in guerra e a lasciare che i talebani riprendessero il controllo del paese creando nuovi santuari per il terrorismo.

La “nuova” dottrina Trump per l’Afghanistan non presenta molte novitaà, se non quella di esercitare forti pressioni sul Pakistan perché tagli una volta per tutte le protezioni alle tribù talebane di confine. Proprio ieri è intervenuto il segretario di Stato Rex Tillerson con richieste molto dure nei confronti del Pakistan affermando che il rapporto di Washington con Islamabad sarà condizionato dai risultati che si otterranno dai pachistani. E per far capire che sta facendo sul serio ha elogiato il ruolo dell’India nella regione, il nemico giurato del Pakistan.

La pressione dunque è molto forte. E dietro la decisione ci sono grandi esperti sul campo e il contributo di Mattis e McMaster che conoscono a fondo la situazione. Per loro diventa una questione d’onore stabilizzare il paese dopo le avanzate talebane. Certo la situazione è difficile. Ma c’è chi scrive, soprattutto sulla stampa europea, che gli americani non hanno futuro nella regione, che hanno fatto male a restare e che Trump ha commesso l’ennesimo errore. Forse, ma quali erano le alternative? Al dunque le critiche, le introspezioni negli errori del passato hanno le gambe corte e le alternative possibili non ci sono mai. Fidiamoci dunque di questo nuovo corso. Soprattutto annotiamo che, una volta di più, dopo l’aggressività retorica che ora minacciava la Nato, ora la Cina o l’Europa Trump ha fatto di nuovo marcia indietro. Quando si arriva al dunque questo presidente “dysfunctional” come lo definiscono molti nei media americani, capisce che gli interessi globali degli Stati Uniti vanno tutelati al di là delle sue agende di politica interna. E già questa è una svolta importante, basta che duri.

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