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La guerra dell’oppio, il «petrolio dei talebani»

l’afghanistan e il mancato ritiro Usa

La guerra dell’oppio, il «petrolio dei talebani»

Oppio (Epa)
Oppio (Epa)

Come ha fatto l’Isis nel 2014 a divenire l’organizzazione terroristica più ricca di tutti i tempi? Le voci principali del “Pil del Terrore” erano le tasse proibitive estorte alla popolazione ma soprattutto il greggio e i prodotti raffinati venduti di contrabbando. Anche i talebani hanno il loro petrolio: è il papavero da oppio, un fiore quasi inodore che ricopre intere province dell’Afghanistan. È l’export quasi esclusivo del Paese. Dal suo commercio gli insorti ricavano il 60% delle loro entrate . Grazie alle quali portano avanti la guerra contro Kabul.

Sconfiggere i talebani significa anche ridurre le loro fonti di entrate. Perché le guerre non si vincono solo dal cielo. Ci vogliono gli stivali sul terreno. Obtorto collo, il presidente americano Donald Trump ha ceduto alle pressanti richieste dei suoi generali. Il Pentagono invierà altre migliaia di soldati in Afghanistan per addestrare l’esercito.

Per infliggere all’Isis le cocenti sconfitte dell’ultimo anno, e ridimensionare il suo territorio, la coalizione internazionale ha cercato di bloccare i canali di finanziamento e indotto i Paesi confinanti, Turchia in primis, a sigillare le fin troppo permeabili frontiere. Senza tasse, e soprattutto senza i proventi del petrolio, lo Stato islamico ha fatto i conti con la sua prima crisi finanziaria. La sua parabola è ora nella fase di declino.

Trump intende aumentare il numero di soldati americani (forse altri 4mila), confidando che i Paesi alleati si allineino anche loro, per venire in soccorso al fragile Governo di Kabul e impedire che i talebani conquistino altri territori. La guerra all’oppio non pare rappresentare una priorità.

Eppure ridurre le coltivazioni di papavero sarebbe, oltre che raccomandabile, anche possibile. Il riottoso Paese, dove gli americani conducono la guerra più lunga mai combattuta all’estero, si è ormai guadagnato la nomea di Banca mondiale dell’oppio. Nelle regioni meridionali del Paese, da Helmand passando per Kandahar fino all’Uruzgan e a Zabul, ogni cosa emana il profumo discreto del papavero. L’ultimo rapporto diffuso dall’Unodc, l’Ufficio dell’Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, traccia uno scenario allarmante; nel 2016 le piantagioni di oppio sono cresciute del 10% salendo a 201mila ettari. Mentre la produzione è quasi raddoppiata (+43%) arrivando a 4.800 tonnellate, il quarto raccolto più alto di tutti i tempi. L'Afghanistan fornisce il 70-80% dell’oppio prodotto nel mondo. E il prossimo raccolto, quello del 2017, dovrebbe essere ancor più promettente.

Viene naturale domandarsi: dove sono finiti i miliardi di dollari spesi in campagne per eradicare le piantagioni? Dove gli ambiziosi programmi per incentivare i contadini a convertire il raccolto con mais, fagioli e ortaggi?

Soldi ne sono stati spesi. Otto miliardi e mezzo di dollari solo dagli Stati Uniti dal 2002 a oggi, destinati a ridurre la piantagioni di oppio e reprimere il narcotraffico, ha segnalato davanti al Congresso lo scorso maggio l’Ispettorato generale speciale Usa per la ricostruzione in Afghanistan (Sigar). Ci sarebbe da chiedersi come sia possibile che, davanti a tale cifra, nel 2016 gli ettari distrutti siano stati appena 355, meno di un decimo rispetto al 2015. Nelle regioni meridionali come Helmand, roccaforte degli insorti, l’ eradicazione è stata quasi pari a zero ettari.

D’altronde il “petrolio dell’Afghanistan” rende. Coinvolge nel suo indotto decine di migliaia di afghani. Secondo il Sigar il valore potenziale lordo degli oppiacei è di 3 miliardi di dollari, il 15% del Pil afghano nel 2016. Insomma, troppi soldi spesi per le guerre convenzionali (quella afghana è costata ai contribuenti americani più di mille miliardi di dollari), troppo pochi per rendere efficaci i programmi di eradicazione.

C’è un altro fattore da non sottovalutare. In Afghanistan le guerre alimentano i raccolti di oppio. Nel 1980, pochi mesi dopo che iniziò l’invasione sovietica del Paese (dicembre 1979), la produzione era di circa 200 tonnellate. Quando l’armata rossa si ritirò, nel 1989, era aumentata di sei volte a 1.200 tonnellate. Confidando che il loro regno del terrore durasse ancora a lungo, nel 2001 i talebani proibirono la coltivazione di papavero. L’anno dopo il raccolto crollò da 3.200 a 185 tonnellate. A inizio del 2002 prese il via il contingente Nato (Isaf). Sei anni più tardi, nel 2007 il record di 7.400 tonnellate.

Certo vi sono altri fattori alla base dei declini o degli aumenti produttivi. Le siccità, come quella che ha ridotto il raccolto del 2015, e le implacabili leggi del mercato . Che oggi ha fame di eroina. «La produzione di cocaina e oppiacei è in aumento», ha precisato Yuri Fedotov, il direttore dell’Unodc.

L’oppio in Afghanistan è il settore più remunerativo. Non solo per i talebani, che ci guadagnano con le tasse sui raccolti, sulla produzione e sui transiti, ma anche per i poliziotti e i governanti corrotti. Che rendono spesso vani i programmi di eradicazione boicottandoli. Quanto ai contadini, i più poveri di questa filiera, con l’oppio evitano i rischiosi trasporti (ci pensano gli altri intermediari) e con un chilo ricavano 400 volte di più rispetto a un chilo di fagioli.

I talebani hanno approfondito la conoscenza del mercato. In un periodo di sovraofferta e quindi di prezzi in ribasso, nel 2008 compresero quanto fosse più remunerativo vendere il prodotto finito - l’eroina - anziché limitarsi a controllare l’export di materia prima, o di prodotto semi-lavorato. Da allora Helmand non è più il maggior produttore di oppio (oltre il 40%), ma anche un raffinatore. I talebani controllano e riscuotono tributi mensili dalle 190 raffinerie.

La soluzione non può passare che per la sicurezza. Bombardare dai cieli equivale a inimicarsi la popolazione (i danni collaterali sono difficili da evitare) e lasciare in mano il territorio ai talebani. Che scappano di giorno e tornano la notte, terrorizzando i villaggi.

L’esercito afghano deve riprendere il controllo delle zone rurali, e restarci, con l’aiuto degli alleati occidentali. L’Unodc è stata chiara. «C’è uno stretto legame tra l’insurrezione armata e la coltivazione di oppio. L’80% dei villaggi dove le condizioni di sicurezza sono quasi assenti si dedicano alla coltivazione dell’oppio, mentre solo il 7% dei villaggi non toccati dalle violenze coltiva il papavero». Qualcuno a Trump lo avrà pur detto.

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